Ci ricomponemmo: giacche in ordine, via la polvere da pantaloni e scarpe, guanti via, espressioni serie e professionali.
Poi presi il telefono e iniziai la catena. In ordine preciso, senza esitazioni: la procura, mio fratello il questore e la scientifica. Questi tre soggetti poi avrebbero dato avvio a tutto il resto.
Di lì a poco, sarebbero piovuti da ogni direzione. Curiosi, blogger, giornalisti.
Tutti in cerca di una nuova verità da storpiare.
E la notizia avrebbe cavalcato le onde tempestose della rete.
E Luciano, forse, preso da un immotivato timore avrebbe potuto ritrattare.
Certo non potevo lasciare il povero Carli ad accogliere tutti quanti.
«Roby, tu rimani qua. Io e Manuele torniamo al convento per avere conferma di ciò che penso prima che il priore si spaventi» dissi al mio ispettore.
Lui accettò il misero incarico. Poi mi rivolsi a Manuele «ho visto che hai uno smartphone. Quando arriviamo al convento premi sul registratore vocale e lascialo attivo per tutto il colloquio».
Il giovane annuì e sperai che non dimenticasse il piccolo sotterfugio.
Guidai io, dovevo arrivare nel più breve tempo possibile.
Il cimitero di Rocca era sotto la giurisdizione del convento di Santa Maria e non volevo che una voce misteriosa e anonima invitasse il priore a farsi i fatti propri nonostante il rimorso di coscienza trentennale.
Il frate guardiano, questa volta non ci chiese né tesserini né motivazione. Non registrò nulla. Si fidò. E fece l’errore che fanno tutti: pensare che un ritorno significhi continuità e non sospetto. Nessuna perquisizione, nessun controllo.
Manuele, con discrezione, aveva già attivato il registratore. Lo vidi con la coda dell’occhio. Bravo ragazzo. Io me n’ero già scordato. Avevo solo la bramosia di arrivare presto.
Padre Luciano ci accolse nel chiostro, con la solita gentilezza incosciente. Non gli era ancora arrivata nessuna notizia. Né una telefonata. Era in piedi a guardare il nulla del creato.
«Padre» iniziai, «prima, mi sono reso conto di non averti chiesto un dettaglio essenziale. La famiglia nobile presso cui prestavi servizio… come si chiamava?»
Lui esitò, ma non troppo. Poi in un sol fiato rispose.
«I conti Boeri. Antica stirpe. Ormai estinta.»
«Conti Boeri» ripetei a bassa voce. «Me lo immaginavo.»
Luciano mi guardò dritto negli occhi: «Avete trovato qualcosa.»
«Abbiamo trovato Ginevra» risposi io. Il priore fece un passo indietro. Il suo volto, un tempo sereno, si accartocciò come un cencio. Non disse nulla. Ma non serviva.
Padre Luciano si sedette sulla prima panca di pietra disponibile. Lo fece con un tonfo udibile a chilometri di distanza. Intrecciò le mani e fissò lo sguardo verso un punto indefinito nel bosco come se cercasse un perdono visibile tra i rami.
«E la madre?» chiesi, rompendo il silenzio. «Chi era la madre della bambina?»
Alzò gli occhi. Questa volta non c’erano menzogne, né scuse. Solo vuoto.
«Non lo so, Sergio. Te lo giuro. Non l’ho mai saputo. Ho solo sentito quella conversazione… e poi il silenzio. L’indomani, nessuno parlava più. Io… ho immaginato. Ma non ho mai saputo chi fosse la ragazza.» Disse prendendosi la fronte con una mano e appoggiandosi su un ginocchio come se volesse coprire la vista da tanto orrore che lo avrebbe travolto.
Mi alzai. «Allora serve sapere dov’è finito il giovane conte. Il protagonista di quella notte.»
Luciano sollevò appena il capo. «Quello è facile» disse con una voce stanca ma nello stesso tempo liberatoria. «Non è finito da nessuna parte. È morto.»
«Morto?» chiesi sorpreso.
Ecco perché allora il rimorso di coscienza. Semplicemente poteva liberarsi del peso perché ormai non aveva più nessun vincolo.
«Sì. Una overdose. Viveva da solo, nessun parente, nessun amico. Nessun futuro. Lui era l’ultimo rappresentante della sua famiglia. I conti Boeri non esistono più. Nessun discendente, nessun nipote, nemmeno un figlio illegittimo, che io sappia.» Luciano proseguì: «Ecco perché ho parlato. Perché adesso… nessuno può più fermarmi. Nessuno può più chiedere il mio silenzio. La vergogna è ancora lì, sotto quella pietra. Ma chi l’ha messa lì non può più minacciare.»
Lo fissai. «Eppure tu lo sapevi. Lo sapevi da sempre. Hai aspettato trent’anni. Per cosa? Avete negato alla piccola una degna sepoltura».
Luciano deglutì. «Per paura. Ma soprattutto… per rispetto. Credevo che il ragazzo potesse redimersi. Che magari un giorno… dicesse la verità. Ma non l’ha fatto. Si è consumato. Si è punito da solo.»
Annuii lentamente. «Faremo gli esami del DNA. Dobbiamo identificare la piccola.»
Luciano scosse il capo. «Non troverete nulla. Nessuna traccia. Era figlia della vergogna, e nessuno l’ha mai voluta. Lui… non l’ha mai nemmeno tenuta in braccio. E da quel momento ha cominciato a scomparire, poco alla volta. La cocaina, l’alcol, la solitudine… sono state più efficaci di qualunque processo.»
Un lungo silenzio calò tra noi. Solo il rumore del vento che passava tra gli alberi del chiostro.
«Ma quel ragazzo… il rampollo. Se è morto, da qualche parte sarà pur sepolto. No?» Mi voltai di nuovo verso il priore, con un pensiero che mi era balenato solo in quel momento.
Luciano, per la prima volta da quando eravamo rientrati al convento, sollevò il capo con uno sguardo appena più vivo. C’era una luce strana nei suoi occhi, come se per una volta avesse lui l’ultima parola.
«Non è sepolto qui, se è questo che vuoi sapere.»
«Allora dove?» chiesi.
Fine quarta Puntata. Domenica prossima la quinta puntata



