Seconda Parte ~ Il Silenzio di Ginevra
Vedendomi tranquillo e quasi divertito i due uomini si rilassarono.
All’agente che mi aveva portato il pacco chiesi «Qual è il tuo reparto? E come ti chiami?»
«Emanuele Carli, comandi. Davvero posso venire, dottore?» Il ragazzo era sveglio e la cosa mi piaceva.
«Avvisa il tuo caporeparto e digli che per questa indagine sei aggregato al mio ufficio.»
Se l’era meritato questo piccolo e temporaneo avanzamento di carriera. Almeno solo per lo spavento che gli avevo procurato.
Emanuele prese il cellulare e avvisò chi di dovere.
«Dottore, sono all’ufficio denunce, ma mi annoio. Con lei invece posso imparare molto.» Rispose giulivo.
In auto nessuno disse niente mentre raggiungevamo il grande convento nell’entroterra salentino. Roberto era alla guida. Io accanto ed Emanuele dietro che si comportava esattamente come un bambino alla sua prima uscita domenicale con degli zii che non vedeva da tempo.
Pensai al papiro e un mezzo sorriso attraversò la mia bocca. Era sicuramente opera di Luciano il Faraone, così lo chiamavamo al liceo. Era il mio compagno di banco. Passava ore a scarabocchiare geroglifici sui banchi. Voleva diventare egittologo. Diceva che un giorno avrebbe scoperto un segreto sepolto sotto la sabbia, e che sarebbe finito su Focus. O su Superquark. O su entrambi.
Poi, un giorno, mollò tutto e indossò la tonaca. I geroglifici furono superati dai Vangeli e dalle litanie dei preti. Da allora si mise a parlare con i santi invece che con le mummie.
Erano anni che non lo vedevo, ma mi ero tenuto informato sul suo cammino spirituale. Era diventato importante oltre che padre superiore, e la sua voce, quando parlava, era molto ascoltata.
Guardai di nuovo il papiro. Non avevo prove che fosse opera sua, ma i disegni parlavano chiaro. Era la stessa mano che, anni prima, aveva decorato mezzo liceo come fosse una piramide egizia.
Il convento di Santa Maria era un enorme complesso di preghiera e meditazione anche se sembrava più uscito da un manuale di architettura militare. Ad ogni angolo un torrione squadrato. Il convento aveva mura spesse, finestre alte e strette. Mancavano solo i cannoni e i merli per difenderci da un assedio saraceno.
Il convento in origine era un forte spagnolo e le autorità ecclesiastiche avevano scelto quella fortezza per conservare suppellettili sacri di valore oltre che un affresco bizantino del 1200. Un dipinto, di valore inestimabile, protetto con più attenzione di molti capolavori nei musei di Stato. Tutte le misure di sicurezza erano pensate per proteggere quell’opera: allarmi, telecamere, controllo degli accessi.
All’ingresso, un corpo di guardia in tonaca prendeva i nomi dei visitatori. Era tutto registrato, tutto filtrato.
Un frate, padre marziale, lo definii subito dentro di me, ci accolse con cortesia e la lentezza di chi non ha più fretta da anni. Il tesserino della Polizia ci garantiva l’accesso, ma non diedi per scontato che sarebbe bastato per chiunque. Quel posto era blindato come un caveau, solo con più incenso.
Padre marziale scrutò i nostri tesserini, si lesse per bene i nomi, li segnò con cura in un grosso registro e poi anche su un terminale elettronico. Se ti scappava dovevi avere tanta pazienza. Poi con un gesto plateale ci indicò un ampio spiazzo dove parcheggiare la nostra vettura.
«Le auto non sono più ammesse, parcheggiate laggiù e raggiungete il chiostro a piedi», ci ordinò il guardiano.
Eseguimmo l’ordine senza fiatare. D’altronde c’erano solo vialetti stretti, in pietra chiara, fiancheggiati da ulivi secolari e pergolati. Ci incamminammo in silenzio. L’atmosfera era irreale, sospesa. I frati camminavano lentamente, alcuni leggevano all’ombra degli alberi, altri scrivevano appunti su quaderni o su tablet. Non parlavano tra di loro, ma sembravano respirare insieme la stessa aria.
Un altro frate ci accolse in silenzio, ci indicò la strada per la biblioteca e qui ci lasciò.
Ci guardammo tra di noi. Non dico che avrei voluto esser accolto con i guanti bianchi e tappeto rosso ma almeno l’attesa potevano farcela risparmiare!
Passò qualche minuto e un vecchio entrò nella biblioteca.
Entrò e sorrise stringendo la mano prima a me, poi a Roberto e infine a Emanuele.
Era padre Luciano, il Faraone.
Senza dire una parola ci fece strada verso il suo ufficio: scaffali ovunque, colmi di libri, codici, quadri. Al centro, un grande tavolo possente, circondato da alcune sedie. Ci passai sopra la mano: sembrava sequoia americana. Ci fece segno di accomodarci e poi esordì:
«Bentrovato, Sergio. Ti trovo bene. Da quello che mi hanno detto sei vice questore aggiunto della polizia di Stato, qui nel capoluogo.»
«È un titolo come un altro. È come dire padre superiore. Fa lo stesso effetto. Tu invece non hai perso l’antica passione. Sei il solito burlone che gioca con i geroglifici.»
Lui sorrise.
Tirai fuori il papiro che tenevo infilato sotto la giacca e lo srotolai sul tavolo.
Lui lo sfiorò appena con le dita «Non vi pagano abbastanza per dover fare un secondo lavoro?»
«Luciano, Padre Luciano, sai per quale motivo siamo qui. Ci hai invitato tu.»
Il padre superiore si alzò e noi con lui.
Lui fece segno con la mano di rimanere comodi. Andò verso uno scaffale e prese un libro. Dandoci le spalle disse: «Sai, Sergio… si può tacere per una vita intera.»
Tornò verso di noi senza il libro che aveva fatto finta di consultare e si sedette.
Toccò ora a me alzarmi e dire la mia parte. Ma cosa dire ad un uomo di chiesa, un filosofo?
«Sai Luciano, ci sono segreti che non devono rimanere tali. Il papiro che hai creato dice tanto, ma non tutto.»
Anche io andai verso lo scaffale e presi in mano lo stesso libro che il Padre aveva fatto finta di consultare: Summa Theologiae di San Tommaso d’Aquino.
Lettura impegnativa pensai. Mi voltai con il volume in mano.
«Credo che qui dentro – alzai il volume – da qualche parte c’è scritto che devi dirmi di più di quanto hai disegnato in quel papiro!»
Non avevo letto San Tommaso d’Aquino ma se stava in una biblioteca ecclesiastica sicuramente c’era quello che mi avrebbe potuto aiutare in quel momento.
Padre Luciano mise le mani giunte e sprofondò con il suo faccione. Sono sicuro che stesse chiedendo per l’ennesima volta perdono a qualcuno. Poi come se la voce provenisse dall’oltretomba vuotò il sacco.
«Trent’anni fa prestavo servizio come precettore presso un’antica famiglia salentina. Nobili decaduti, ma con abbastanza orgoglio da sembrare ancora baroni. Una notte… sentii delle voci. Provenivano dalla veranda chiusa. La matrona – donna severa, fredda, sempre vestita di nero – stava litigando con il suo unico figlio.
Un buono a nulla a dire della madre. Le voci erano concitate e a tratti bisbigliate. Non capii tutto. Solo tre parole mi rimasero impresse: tomba, corpo, principessa. E poi il nome del cimitero. Un piccolo camposanto di campagna. Discreto. Abbandonato.»
Il padre estrasse la faccia dalle mani giunte e mi guardò.
«Non ho mai raccontato niente a nessuno, Sergio. Fino a oggi. Sono stanco di custodire segreti che non mi appartengono. E hai ragione a citare proprio San Tommaso. Il Signore non ama chi resta in silenzio quando il male ha fatto il suo corso.»
Lo guardai per qualche secondo. Poi mi voltai e tornai allo scaffale riponendo il volume che mi era stato certamente di aiuto.
Poi tornai alla carica.
«Un corpo in una tomba non sua. Da trent’anni.» Mi passai una mano sulla fronte. «E tu, Luciano, hai deciso solo adesso di raccontarlo?»
«Non ho deciso io. È stato il tempo. Il tempo… e la coscienza» fece lui. «Non potevo certo venire da te in ufficio a raccontare tutto. Ci sono giornalisti e spioni che vivono in questura, giorno e notte.» Rispose sommessamente il religioso.
Tornai alla carica. «E il nome del cimitero? Spero che dopo tanto tempo lo ricorderai ancora? E poi oltre quelle tre parole hai visto altro? O solo parole sussurrate nella notte?»
Il priore, provato, da quella confessione sembrava sul punto di rilassarsi troppo e fece un segno negativo con la testa.
«Solo parole, sussurrate. Avevo poco meno di trent’anni e sono parole che ti perseguitano per una intera vita. Ti ho mandato quel papiro perché so che sei bravo con i misteri ed è venuto il momento di dare una degna sepoltura a quel corpo.»
«Va bene, ho capito. Ma se non mi dici il nome del cimitero dovrò guardare sotto i sassi di tutti i cimiteri abbandonati della Regione.» Incalzai sprezzante e non me ne pentii.
«Sant’Arcangelo di Rocca.»
FINE SECONDA PARTE “Il silenzio di Ginevra”
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