Terza parte, il corpicino nel mausoleo – Il Silenzio di Ginevra. Le indagini di Sergio Ricci

TERZA PARTE ~ Il silenzio di Ginevra

Il cimitero giusto per la giusta efferatezza. Fu questo che pensai quando Padre Luciano pronunciò quel nome che ora sedeva spossato sulla poltrona. Ma io non avevo ancora finito.

«E ti sei portato nella coscienza, sperando che ne abbia una, un segreto così grande? Perché ora. Perché oggi. Cos’è successo che ti ha permesso di liberarti da questo peso?»

Il priore non rispose. Si limitò ad annuire con gli occhi bassi, come se avesse appena detto messa.

«Allora? Di chi è il corpo inumato in un cimitero abbandonato in una località turistica famosa per la fine spieggia. Almeno così dicono i depliant.»

Luciano non rispose e chiuse gli occhi ma con filo di voce ci invitò a lasciarlo solo.

«Per ora vado a vedere cosa avete nascosto. Ma ci rivedremo.» Esclamai serio e arrabiato.

Presi il papiro e uomini e ci precipitammo a Rocca e al suo cimitero.

In quel periodo dell’anno Rocca era quasi disabitata. L’auto sulla quale viaggiavamo non aveva insegne e quindi non avremmo attirato l’attenzione di quei quattro abitanti tardo autunnali.

Il vento sferzava le onde e le chiome degli alberi. Il cimitero era in una parte abbandonata del piccolo borgo, delimitato da un vecchio muro a secco, e serrato da un cancello di ferro che sembrava l’ombra di se stesso.

Padre Luciano non aveva fatto il nome della principessa. Ma tutto il Salento sapeva chi fosse sepolto a Rocca, anche se fingevamo di averlo dimenticato. La nostra bella principessa Isabella, regina di Rocca che aveva respinto l’assalto dei saraceni da sola, con il solo sguardo. Almeno così la immaginavo io, da bambino, quando mio nonno raccontava ai nipoti quella storia come fosse una favola vera.

Il cancello cigolò prima ancora che lo toccassimo. Era uno di quei suoni che sembrano progettati da un regista. Roberto fece una smorfia come se volesse appuntarselo sul suo prossimo rapporto.

Il cimitero di Rocca era più un campo che un camposanto. Erba alta, tombe vecchie come le ossa che custodivano, e una cappella centrale che aveva smesso di combattere contro l’umidità. Sulla facciata, una statua di Sant’Arcangelo con un’espressione consumata dalla fatica di resistere al tempo e alle intemperie.

Ci inoltrammo tra le lapidi inclinate. Il giovane agente stava attento a dove metteva i piedi. Roberto, invece, camminava dritto, fiero, come se stessimo partecipando a una parata.

«Cosa cerchiamo esattamente, dottore?» chiese Emanuele.

Roberto, trionfante, mi anticipò: «Non conosci la storia della Regina Isabella e della sua lotta contro i Saraceni nell’invasione di Rocca?»

L’agente, troppo giovane per aver avuto un nonno come il mio, orgoglioso fino al midollo della resistenza salentina contro i pirati saraceni, fece un timido segno di diniego.

«Stiamo cercando il mausoleo della nostra eroina locale» rispose orgoglioso Roberto.

Eccolo lì, su un piccolo promontorio: una statua con la spada sguainata, vestita da novella Minerva.

«Dobbiamo scavare?» chiese poi Roberto, già con l’espressione da martire e il terrore di una macchia sulla giacca immacolata. E poi chi l’avrebbe sentita la moglie!

«Non ancora, Roby. Per ora procediamo con un breve sopralluogo. Vediamo cosa troviamo e agiamo di conseguenza. E poi, se va male, si scava.»

«Speriamo che ci vada bene allora» bisbigliò il mio ispettore.

Di fronte al mausoleo diedi gli ordini.

«Roberto tu e Manuele vi fate un giro all’esterno del mausoleo. Poi per caso lo troveremo aperto e – per dovere – daremo un’occhiata dentro. Procediamo!»

«Ma commissario, chi le dice che il cancello è aperto…, Ah, no. Ok, ho capito» Roberto era capace di fare tutto da solo, domanda e risposta in un’unica frase.

Loro iniziarono a ispezionare il mausoleo e io spinsi il cancelletto che si fece forzare con facilità e varcai la soglia. Una luce perpetua e fioca combatteva con le ombre. Sulla lastra centrale, inciso nella pietra annerita, c’era il nome della regina: Isabella di Santa Maria, patrona di Rocca. Ai lati altre tombe destinate ai suoi figli e agli eredi. Alcuni loculi più piccoli con dentro statuine e lucine come i penati di romana memoria. Il mausoleo non era frequentato da anni, ormai. L’aria dentro sapeva di muffa ma non mi sembrò di vedere nessun segno strano, nessuna anomalia. Solo un silenzio pesante. Sentii i passi alle mie spalle. I miei due compari avevano finito l’ispezione esterna ed entrarono a darmi manforte.

Roberto si guardava intorno con l’aria di chi preferirebbe essere altrove, magari a compilare un altro dei suoi rapporti. Manuele invece aveva gli occhi pieni di quel misto di entusiasmo e voglia di fare che di solito dura quanto una maglietta bianca sotto la pioggia.

«Qui dentro c’è qualcosa?» chiese l’agente.

«Se ci fosse stato qualcosa l’avrei già visto io, no?» risposi un po’ piccato.

«Giusto» mormorò lui. Ma si muoveva ancora come se fosse in cerca di un tesoro nascosto. E fu in quel momento che accadde l’inevitabile. Carli, nel suo fiero entusiasmo investigativo, fece un mezzo passo indietro. Solo mezzo. Ma bastò. Appoggiò la schiena a una parete secondaria, una lastra antica apparentemente fissata si staccò dal muro, e un crac secco riempì l’aria e risuonò in ogni anfratto nel mausoleo. Io e Roberto ci voltammo verso Carli che, istintivamente, alzò le mani in alto.

«Non sono stato io!» fece Manuele

«Certo che no» mormorò Roberto. «È stata l’energia del tuo entusiasmo a spingerla via.»

Mi avvicinai senza dire una parola. Guardai il punto in cui la lastra fungeva da chiusura ed era stata riattaccata. Male. Toccai il muro. Accesi la torcia. A occhio e croce sembrava calce moderna, messa in fretta, senza rifinitura. Era destinata a crollare, prima o poi. Carli aveva solo accelerato l’inevitabile.

Illuminai la nicchia, e così fecero Manuele e Roberto. Dietro la lastra c’era qualcosa coperto dalla polvere e da un telo marcio.

Mi voltai verso i due. «Qualcuno mi dia un paio di guanti». Guardai Roberto che tirò fuori quelli che portava per me. Manuele era ancora immobile, come se stesse aspettando una bella tirata di orecchie. Presi i guanti da Roberto, li infilai lentamente, mentre Manuele ci guardava senza respirare. Aveva già fatto abbastanza danni e voleva evitarne altri.

Il telo, o meglio, quello che ne restava, era ormai sfilacciato e consunto dal tempo. Stranamente l’umidità non aveva invaso la piccola nicchia. La lastra aveva fatto il suo dovere, quello di conservare. Sollevai il telo con due dita, delicatamente. Sotto c’era qualcosa di piccolo, avvolto in più strati. Scostai l’ultimo lembo di tessuto. E apparvero dei capelli biondi.

Manuele emise un gridolino di orrore. Un corpicino. Piccolo. Troppo piccolo. Le ossa fragili, compatte, raccolte in posizione fetale. C’erano ancora tracce di quello che forse era un nastro, un fiocco, un fazzoletto avvolto attorno alla testa. Il cranio era completo. Sul torace, intatto, un nome, mi parse di leggere: “Ginevra”. Le falangi minuscole. Il corpo di una bambina, forse una neonata. Qui sarebbe servita Rossana, certamente.

Rimasi in silenzio. Non servivano parole. Dietro di me, sentii Manuele fare un passo indietro. Poi un altro. Rabbrividì. Lo sentii. Come un battito d’ali gelido. Ma non vomitò.

«Stai bene, Manuele?» chiese Roberto con un tono paterno che non gli avevo mai sentito prima di allora.

«Sì… sì» mormorò lui. «Solo che… è piccola. Piccolissima.»

Lo guardai. Gli occhi erano lucidi, ma non fuggiva. Buon segno. Meglio di tanti altri visti negli anni.

Mi alzai in piedi, piano. Roberto continuava a fissare il corpicino come se cercasse una spiegazione razionale. Poi guardò me per capire, ma io scossi la testa. Presi entrambi sotto braccio e li portai verso l’uscita. Ah, aria. Respirai a pieni polmoni. Nel corso della mia carriera avevo visto di tutto ma davanti a corpicini così piccoli il mio vecchio cuore accelerava i battiti e mi portava verso una rabbia non professionale.

E Luciano, s’era tenuto tutto dentro per trent’anni.

Mi voltai verso il mausoleo e guardai il cancello aperto. Roberto era affidabile. Un uomo di silenzi, fedeltà e cravatte stirate. Di lui mi fidavo da sempre. Ma Manuele… Manuele era un’incognita. Non lo conoscevo. Troppo giovane, troppo nuovo. E quella lastra, anche se marcia, era pur sempre crollata per colpa mia.

Io ero entrato senza autorizzazione. Un errore certo, ma i giornalisti amano gli errori più delle verità. Guardai Manuele. Lo osservai in silenzio. Stava ancora lì, un passo indietro, lo sguardo basso, le mani unite davanti a sé come uno scolaretto conscio di aver fatto qualcosa di grosso.

Poi alzò gli occhi, incrociò i miei e, con naturalezza, disse: «Dottore… meno male che lo abbiamo trovato aperto e abbiamo dato un’occhiata.»

Non era una battuta. Non era ironia. Era la soluzione. Semplice. Limpida. Perfetta. Sorrisi. A lui. A Roberto. Alla tomba. Al caso.

«Esatto» risposi. «Meno male.»

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