Il dito muto terza parte ~ Il depistaggio

Un uomo anziano e di corporatura robusta era appoggiato al muretto a secco. La sua ape arancione, piena per metà di vettovaglie e l’altra metà di attrezzi, era ferma con il cassone verso il cancello a lato della casa. Era sua abitudine farlo e, nonostante la nostra presenza, aveva continuato a fare come sempre.

«Lei viene qui ogni settimana?» chiesi io.

«Tutte le simane, lu martidia.»

«Il martedì. Per favore» – feci io – «mi risponda in italiano.»

«Mi scusi, ma ghieu cussi saccio parlare. L’itagliano non l’aggiu imparato. Alla scola nu aggiu andato.»

«Va bene. Allora ogni martedì lei porta la spesa.»

«Sì, lu dottore sceglie ce bbole, me paga e au via.»

«Sa se aveva amici, conoscenti, parenti?» L’uomo fa no schioccando la lingua.

«No, non sa o no, non aveva parenti, amici o conoscenti?» incalzo io.

Mi guarda e sorride. «Nu sacciu», risponde.

«Ok Roby prendi le generalità del signore e mandalo via.» Roberto tira fuori il taccuino e la penna.

«Aspetti» – lo trattenni per il braccio – «lei è mai entrato in casa?» Questa volta il no è un classico no con scuotimento a destra e sinistra.

«E qui fuori è cambiato qualcosa rispetto alla settimana scorsa?»

Il contadino si guarda intorno con occhio attento e orecchie tese. Sembra un gatto prima di saltare sulla preda, poi mi risponde laconico: «L’erba è chiù auta.»

Va bene, mi dico, calma Sergio. Neanche da qui si ricava niente. Feci un gesto a Roberto, un gesto che significava “mandalo via”.

Intanto il circo mediatico stava arrivando, luccichii si intravedevano benissimo lungo la strada. Era stato già predisposto un cordone di sicurezza, sufficiente per far lavorare tutti senza intralci. Noi e, ovviamente, stampa e curiosi. Non volevo blogger improvvisati e finti giornalisti che scrivessero di una grande penna che se n’era andata troppo presto e così tragicamente. Non lo meritava. Un po’ di rispetto, diamine!

Mario lo avevo conosciuto quando ancora faceva il giornalista investigativo. Prima degli anni dell’infelice direzione di un importante quotidiano nazionale. Me lo avevano presentato quando ero stato invitato ad un ciclo di conferenze sulle tecniche investigative della polizia. Mario Viganò era tra il pubblico e fu l’unico a farmi un sacco di domande pertinenti. Era una bella testa. Pensava bene e gli dissi che al prossimo omicidio lo avrei sicuramente invitato. Purtroppo ho mantenuto la promessa.

Rientrai in casa e ripresi la mia personale perquisizione. Toccava alla camera da letto. Roberto mi seguiva come un’ombra. Il pigiama di Mario era su un letto sfatto da diversi giorni. Mi rimisi un altro paio di guanti in lattice. Gli altri li avevo tolti quando stavo interrogando il contadino.

Rovistai nella cassettiera, trovai alcuni francobolli ancora non annullati. Libri e riviste erano ovunque, in pile e colonne, ma oltre quello non c’era nient’altro. In un cassetto c’erano dei fogli dattiloscritti, un centinaio di cartelle. Il titolo recitava “The Game” di Mario Viganò. Aprii le cartelle, lessi qua e là, feci cenno a Roberto: «Questo, dopo i rilievi, me lo imbusti e me lo fai avere in ufficio. Voglio leggerlo.»

«Comandi.»

Aprii l’armadio, vestiti alla rinfusa. Mancava decisamente un tocco femminile.

Mario non era sposato e non aveva figli. I suoi nipoti e parenti lo avevano disconosciuto anni fa, quando lui li aveva coinvolti in una sua inchiesta e loro ne erano usciti con le ossa rotte. Avrei iniziato da lì, ma senza convinzione. Avevo la sensazione che questa morte fosse legata al presente e non al suo passato. Il suo esilio in terra di Puglia l’aveva isolato, e forse si erano dimenticati di lui.

«Robertooooo!» – il mio ispettore si precipitò in camera – «avete trovato qualche scontrino?»

«No, dottore, niente scontrini. Solo i resti di una busta commerciale, ma non c’è né indirizzo né mittente. Si intravede solo un bollo postale, sembra sia di quest’anno.»

«Bene, bisognerà andare all’ufficio postale allora. Avete trovato un’auto in garage? O un mezzo di locomozione? Non credo che andasse in paese a piedi.»

«No, niente auto. E nemmeno altre impronte, con tutta l’acqua che è venuta giù ieri, se c’era qualcosa da rilevare all’esterno, il temporale ha portato via tutto.»

Mi grattai la barba. Iniziai a giocare con il baffo e mordicchiai la peluria. Vabbè. Continuai la perquisizione ma non trovai nulla di rilevante. Ormai il casolare era stato rivoltato come un calzino. Intanto era arrivato il magistrato. Lo trovai vicino al corpo mentre parlava con il medico legale. Era arrivato in silenzio e, senza proferire parola, mi fece un cenno con il suo solito saluto militare e poi ordinò che il corpo fosse rimosso. La polizia mortuaria si mise all’opera. Intanto il magistrato mi si avvicinò:

«Ti sei fatto un’idea? Hai già qualche sospetto?»

«È troppo presto, Saverio. Ho parlato con qualche testimone, ma niente di più. Mario Viganò era un orso che viveva da solo, e non frequentava nessuno, almeno questo è quello che vogliono farci credere.»

«Sono sicuro che entro domani mezzogiorno, firmerò il mandato d’arresto. Quanto facciamo questa volta? Cento euro?» chiosò il giudice inquirente.

«Scherza, scherza. Questa volta è tosta.» Lo salutai con una stretta di mano, feci cenno a Roberto e ci infilammo in auto: «Roby, andiamo in paese, dobbiamo capire dove faceva la spesa Mario. Impegniamoci a cercare qualcuno che frequentava il nostro orso.»

Stava iniziando a piovere. I curiosi stavano sfollando, mentre i giornalisti si erano rifugiati in auto per mandare i pezzi in redazione. Il paese era poco distante dal casolare, una decina di chilometri ma impiegammo un po’ perché la strada era una via di campagna, piena di curve e a senso unico, e sembrava che tutto il paese e il circondario si fossero riversati là per vedere la celebrità trapassata.

Il paese era piccolo e vittima dello spopolamento, un’unica strada, piena di dossi, dritta che portava verso il capoluogo di provincia. Nell’unica stazione di servizio, nostra prima tappa, c’era il bar e l’unico negozio di alimentari. Il sindaco era il farmacista e aveva anche i giornali. L’ufficio postale aveva un unico sportello e i bambini andavano a scuola nei paesi vicini. Unica risorsa erano i dossi. Ogni 150 metri ce n’era uno: piccolo, grande, largo o stretto. L’amministrazione comunale aveva sicuramente stretto qualche accordo con i meccanici, era un continuo sobbalzare. «Roby, per favore, vai piano altrimenti sfasciamo tutto.»

Mario si faceva vedere di rado in paese. Chiesi dove fosse il medico condotto e il prete. Sperai non fossero la stessa persona. Il gestore della pompa di benzina ci raccontò che il paese non aveva un sacerdote fisso. Ogni domenica veniva un frate missionario a celebrare messa, mentre per il medico condotto ci indicò la casa e il numero civico.

Il dottore ci accolse con tutti gli onori e in un primo momento pensai di aver trovato qualcuno che potesse rispondere alle nostre domande: era ciarliero.

«Conoscevo Mario, diciamo che era mio paziente, ma solo perché quando si era trasferito qui mi aveva scelto all’ASL, ma nulla di più. Ho tentato di stabilire un rapporto con lui, ma non sono stato bravo. Con mia moglie lo abbiamo invitato spesso a pranzo o a cena, ma lui, sempre con garbo, ha declinato i nostri tentativi di avvicinamento. Pensi, gli proposi di fare il vaccino antinfluenzale, ma egli rifiutò sdegnosamente. “Non passa mai nessuno da qui e quindi non ho paura di virus e batteri,” mi disse. Oppure — mi pare fu l’ultima volta che passai da lui — aveva l’indice destro steccato. Gli chiesi come mai, e lui mi disse di esserselo rotto e di averlo sistemato da solo.»

Guardai Roberto che aveva una faccia che diceva tutto. Scoppiai a ridere. Il medico mi guardò. Un bel punto interrogativo si era stampato in faccia. «Mi scusi, dottore, ma quel dito ci ha fatto pensare che Mario avesse voluto mandarci un messaggio e invece era solo un dito rotto.» Ridemmo insieme. Poi, ricomposto, senza staccare lo sguardo, chiesi: «Quando tentava questi approcci, dottore, ha mai notato se avesse un telefono, un cellulare o qualcosa di tecnologico?»

«Lui con la tecnologia non voleva averci nulla a che fare. Quella volta in cui ero riuscito a farlo aprire mi aveva confessato che per colpa della tecnologia lui aveva perso il lavoro. Aveva solo una vecchia macchina da scrivere elettronica.»

Ringraziammo il medico, e in auto ripensai a ciò che avevo ascoltato finora. Mario non aveva saputo cavalcare l’onda tecnologica e non l’aveva fatta entrare nel quotidiano che dirigeva. Internet aveva cambiato il mondo dell’editoria e il modo di informarsi, ma lui non lo aveva capito. C’è gente che è brava a investigare, ma non a governare. L’editore a causa delle perdite di pubblico, gli aveva chiesto di andarsene senza clamori ma Viganò puntò i piedi e fu licenziato in malo modo. Guardai fuori dal finestrino. Aveva di nuovo smesso di piovere e l’asfalto era lucido e scuro, come se anche lui avesse qualcosa da nascondere.

Presi lo smartphone e chiamai Rossana. Rispose dopo il secondo squillo, con il solito modo che sapeva di cartella clinica:

«Che vuoi.»

«Ciao, dottora. Hai visto già il corpo?

«Altra domanda?!» rispose scorbutica lei.

«Vuoi sapere perchè il dito era dritto? Era semplicemente rotto, se l’era sistemato da solo ed era guarito male.»

«Davvero?!» rispose il medico legale sorpresa e poi rimase in silenzio.

«Me l’ha detto il suo medico di famiglia.»

«Controllerò,» e chiuse la comunicazione. Era furiosa per non essersene accorta subito e averlo dovuto scoprire da un medico di campagna. Sorrisi. Peccato sarebbe stato bello quando durante la conferenza stampa parlare del dito rotto, ricamarci sopra e magari finire in un manuale di criminologia.

Guardai fuori dal finestrino. Il cielo sembrava più chiaro, ma la nebbia attorno al caso no.

«Occhio, Roby, che più avanti hanno riattivato il photored. Non voglio farmi chiamare dal questore. Tanto non abbiamo fretta.» Roberto annuì e si fermò diligentemente al semaforo. Dall’altra parte una Panda verde attendeva il via dal semaforo. Attirò la mia attenzione perché molto sporca fino ai finestrini. Avrà fatto rally, pensai. Al volante, un robusto vecchietto. Oltrepassammo l’incrocio e già si vedevano le luci del capoluogo al di là dell’orizzonte.

«Presto, Roby, fai inversione e pedina quella Panda. Pedinare, non inseguire.»

Roberto accelerò un po’ e fece un bel testacoda. Gli misi una mano sul braccio e scherzai: «Pedinare da vivi, però.»

Ci mettemmo sulla scia della macchina. «Tienila d’occhio, ma resta a distanza. Non voglio che si senta osservata. Voglio solo sapere dove va, cosa fa, e chi è.»

«Ricevuto.»

Allo stesso semaforo, il vecchietto robusto si inchiodò, scese dall’auto e si avvicinò verso di noi. Oh, ma guarda, era il contadino che forniva Mario Viganò. Aveva fatto presto a cambiare mezzo di locomozione.

«Ce buliti?» fece di nuovo in vernacolo.

«Nienzi», risposi io in dialetto «volevo vedere dove abitavi. Se nu tieni nienzi cu scundi, non c’è bisogno cu te agiti.»

«Buona giornata,» ci augurò il vecchio contadino, si rimise in auto e ci portò verso la sua abitazione. A Roberto feci segno di lasciarlo perdere.

«Torna in paese e andiamo all’ufficio postale. Vediamo se Mario faceva corrispondenza.»

La ragazza dell’ufficio postale locale però non si dimostrò molto collaborativa. Continuava a ripetere che senza l’autorizzazione dei suoi superiori non poteva rilasciare informazioni. Iniziavo a spazientirmi. Saverio aveva scommesso cento euro e non potevo perdermi dietro le scartoffie.

«Signorina, mi ascolti, a me basta sapere se il dottor Viganò avesse inviato o ricevuto una busta in questi giorni o nei giorni precedenti.»

«No, dottore, mi metterei nei guai se dovessi rilasciare informazioni così facilmente e a chiunque.»

«Io non sono chiunque, diamine. Sono il vicequestore aggiunto Sergio Ricci, della Polizia di Stato, sezione investigativa. Sto indagando su un brutale omicidio e le chiedo solo la cortesia di darmi solo un sì o un no. Anche un battito di ciglia mi basterebbe.» La guardai quasi supplichevole. Ma il mio sguardo da cerbiatto non la impietosì. Guardai Roberto che allargò le braccia in segno di sconforto. Gli feci segno di andare via. Arrivato sulla porta, la signorina, dietro lo sportello, a mezza voce, disse: «Non ha mai usato questo servizio nazionale.» Mi voltai verso di lei e la ringraziai con un sussurro.

Tornammo in auto. «Roby, portami a casa. Ci vediamo domani mattina. Ho bisogno di pensare.»

La mattina dopo entrai in ufficio. Avevo dormito malissimo. Avevo buttato giù qualche appunto, ma mi ero concentrato sui servizi giornalistici di Mario che mi avevano confermato che la sua morte era legata a qualcosa accaduta di recente.

Roberto era già lì, come sempre, con la camicia ben inamidata. Aveva una moglie che teneva molto al suo modo di vestire. Un perfetto modello: giacca e cravatta blu, camicia celestina. Aveva sistemato tutti gli elementi sulla mia lavagnetta in plexiglass.

«Si è fatta sentire Rossana?» gli chiesi.

«No, ma abbiamo un ospite in divisa che sta aspettando nella saletta.» Lo guardai interrogativo e senza attendere risposta aprii la porta per capire chi fosse l’ospite inatteso. Un maresciallo dell’esercito in mimetica era seduto in religiosa attesa. Appena mi vide, scattò in piedi e venne verso di me. Oh, il ciclista. Quasi non lo avevo riconosciuto, vestito di tutto punto.

«Maresciallo, cosa posso fare per lei?» gli chiesi.

«Stanotte non ho dormito per colpa sua. Mi son reso conto di non averle detto tutto. Avevo un tarlo che mi rodeva dentro e non mi dava pace.» Lo feci accomodare nel mio ufficio. Volevo godermi il momento e sentivo già la carta dei cento euro di Saverio tra le dita. Gli indicai la sedia. «Prego, cosa non mi ha detto?»

«Ieri non ho visto nessuno, è vero. Ma il giorno prima, lunedì, dalle parti del casolare ho visto un’auto che usciva dal cancello. Non ho identificato il modello anche se doveva essere di piccola cilindrata, non grande come un SUV. E non ho visto nemmeno il colore, forse scura. Stava iniziando a diluviare ed ero indeciso se trovare un riparo o continuare a pedalare.» Il sottoufficiale si era svuotato il cuore in un solo fiato.

«Non ha detto che le piace pedalare quando piove?» Chiesi incuriosito.

«Sì, è vero, mi piace pedalare quando piove, ma non con i fulmini sopra la testa.» Mi alzai e gli tesi la mano. Sapevo che mi aveva detto tutto e lui questa notte avrebbe potuto dormire tranquillo. Il maresciallo andò via. Io guardai Roberto che aveva già aggiornato la lavagna.

«Hai fatto controllare quella Panda verde, vero?» chiesi al mio ispettore.

«Sì. È intestata a Giuseppe Lupo, detto Pippi. Contadino in pensione. Indirizzo corrispondente a quello dove l’abbiamo lasciato ieri. Nessun precedente. Abita con la moglie, Anna, e la nipote Francesca.»

Mi sedetti. Accesi il computer solo per far finta di usarlo. Poi mi alzai e andai verso la lavagna.

«Il contadino, Roby. È troppo sveglio per non aver notato qualcosa. Ieri, nonostante ti sia tenuto distante, sapeva che lo stavamo seguendo. Sa più di quello che dice. O forse ha visto più di quanto voglia ammettere.»

«Potremmo andare nella locale stazione dei carabinieri. Loro sanno tutto,» incalzò Roberto.

Annuii. Era una buona idea. Squillò il mio smartphone, era il medico legale:

«Rossana,» risposi io.

E lei, secca: «Trapiantatore in acciaio. O qualcosa di simile.» Chiuse la chiamata senza darmi il tempo di replicare.

«Roby, prendi la macchina, ti aspetto giù. Dobbiamo andare subito all’istituto di medicina legale.»

 

Fine terza Parte

Terza puntata domenica 24 maggio

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