Il Silenzio di Ginevra. Le indagini di Sergio Ricci. Prima parte

Secondo Racconto

Il Silenzio di Ginevra

prima parte

Era una mattinata lenta e me ne stavo seduto in modo scomposto sulla mia comoda poltrona ergonomica a leggere, distrattamente, i rapporti sconclusionati di Roberto. Se fosse stato ancora permesso accendere una sigaretta all’interno degli uffici pubblici avrei dato fuoco a tutta la baracca comprese le composizioni del mio ispettore.

Non era portato per la scrittura e ogni volta che leggevo le sue “creazioni” mi chiedevo chi fosse stata la sua maestra alle scuole elementari. Immaginavo la scena, Roberto con il suo bel vestitino della festa, il grembiule blu e il fiocco giallo che cercava di scrivere l’ennesimo tema sconclusionato. E la sua maestra che lo guardava con sguardo materno e rassegnato sapendo già cosa l’aspettasse.

Lessi ad alta voce

Il sospetto è stato visto in prossimità della proprietà, presumibilmente e con fare sospetto”

Mi fermai e respirai a pieni polmoni. Pensai alla sua maestra ed sbottai ad alta voce: «ma quanto gli piace la parola “sospetto” a questo ragazzo».

Avevo smesso di correggerlo da tempo, forse per affetto, forse per disinteresse o forse per quieto vivere. La verità era che mi piaceva farmi del male. E ne ero cosciente. Quando volevo estraniarmi dalla realtà e far passare il tempo più velocemente mettevo mano ai suoi rapporti ed era subito sera.

Un colpo alla porta interruppe la mia opera di rassegnazione. Alzai le sopracciglia e risposi con un flebile “avanti!”. Sperai che dall’altra parte nessuno avesse sentito il mio invito e confidai sul fatto che il disturbatore, non ricevendo risposta, se ne andasse.

Invece un giovane agente piegò la maniglia e mise il capo nella stanza. Timidamente fecero capolino: il tronco, le braccia e, tra le mani, una scatola.

«Mi scusi, commissario, mi pare di aver sentito il suo invito ad entrare». Orecchio fine il ragazzo. Aveva sentito bene. Lo guardai interrogativo e un occhio mi cadde su un’elucubrazione di Roberto “il sospetto indagato ha espresso dissenso con tono verbale a volume sopra la norma.”

«Dottore… c’è un pacco per lei.» Questa volta alzai la testa completamente.

«E chi lo manda?» chiesi distrattamente, come se mi stessero offrendo un caffè troppo tardi.

L’agente guardò il pacco alla ricerca di un mittente, lo roteò tra le mani come fosse un giocoliere esperto e poi, non trovando nessuna indicazione, mi guardò timidamente.

«Non c’è scritto. Magari… è un pacco a sorpresa?» Chiusi il rapporto di Roberto, e lo impilai insieme alle sue altre “opere”.

«Speriamo piuttosto – dissi – non sia un pacco bomba.» L’agente accennò un sorriso. Io no.

Presi un paio di guanti in lattice da un cassetto della scrivania, mi alzai lentamente e accompagnai il resto del corpo dell’agente all’interno dell’ufficio. Gli posai una mano sulla spalla cercando di rassicurarlo.

«Non ti preoccupare. Probabilmente non è nulla. Ma se è un pacco bomba non preferiresti passarmelo con delicatezza.»

L’agente trattenne il respiro pentendosi di averlo maneggiato senza precauzioni qualche secondo prima.

Presi, lentamente, dalle sue mani l’involucro misterioso e lo adagiai, con cura, sulla scrivania.

Il pacco sembrava venire da un’altra epoca. Non c’era mittente. Solo il mio nome e cognome e il luogo della consegna: questura di Lecce.

«Chi l’ha consegnato al posto di guardia?» chiesi quando l’involucro fu, al sicuro, sul tavolo.

«Una mia collega mi ha detto che è nella posta in entrata da qualche giorno» rispose l’agente.

Bene, pensai, chissà da quanto era fermo lì.

Osservai la scatola, mi accovacciai, ma non c’era niente da osservare. Il pacco era anonimo e non c’erano segni.

Non volevo pensare al peggio. Cercai di non pensare a nessun ordigno esplosivo né a reperti batteriologici o peggio resti umani.

Presi il tagliacarte dalla scrivania. Era uno stiletto veneziano e lo infilai con cautela nel centro, proprio sotto la linea del nastro adesivo. Lo agitai lievemente avanti e indietro cercando, con goffa delicatezza, qualcosa che assomigliasse a un cavo, un filo, un maledetto innesco. Non perché sapessi davvero cosa cercare.

Anni fa avevo frequentato il corso su come comportarsi in caso di ordigno esplosivo.

Ne ero uscito con una sola certezza: scappare.

Sì, certo, c’erano delle procedure, delimitare la zona, evacuare i civili, chiamare gli artificieri… ma di tutto il corso ricordavo vividamente la slide 7: “Non fare l’eroe“.

Con il tagliacarte non toccai nessun innesco.

Bene. O forse no.

Con il tagliacarte sentivo qualcosa di morbido. Resti umani, pensai.

«Robertoooooo!!!». Urlai per farmi sentire. Una sedia fu spostata velocemente e rumorosamente nella stanza accanto, seguita da un colpo secco contro il mobile archivio.

«Comandi!» fece lui, affacciandosi.

«Abbiamo un caso.» Lui guardò prima me e poi il giovane sottoposto. Infine si accorse del pacco regalo.

Una parte di me, quella superstiziosa e pessimista, immaginò di aver appena perforato una guancia umana. Sbuffai. Estrassi lo stiletto e con coraggio e decisione tagliai il nastro adesivo di imballaggio.

La scatola si aprì con un suono secco, più simile a un sospiro che a un’esplosione. Niente sangue. Niente carne. Nessuna testa mozzata e soprattutto nessuna polvere malefica e velenosa. Solo un pezzo di carta.

Un rotolo di carta spessa, ingiallita, arrotolata su sé stessa come un editto imperiale o una pièce teatrale. La superficie era irregolare, la consistenza fragile. Estrassi il rotolo dal pacco e con movimenti di un archeologo in trasferta srotolai il papiro.

Sembrava un vero papiro, come quelli che si vedono nei musei, solo che questo era moderno. Invecchiato artificialmente certo ma era talmente ben fatto da sembrare autentico.

I bordi erano consumati e invecchiati. I geroglifici talmente ben fatti che sembravano autentici.

Chi lo aveva costruito per me aveva impiegato molto tempo e aveva molto tempo da perdere.

Presi la lampada e la sparai sul papiro. Osservai ogni simbolo e ogni piega. Poi andai verso la finestra e pensai al messaggio. In tutti quei geroglifici solo alcuni simboli erano più perfetti di altri: l’occhio stilizzato, la barca solare, e la figura umana inginocchiata di fronte ad una stele funeraria.

Con le spalle ai miei sottoposti esordii: «secondo me è un messaggio. Non il solito whatsapp ma un messaggio fatto bene e destinato al sottoscritto.»

Mi voltai e guardai i miei due sottoposti. Mi tolsi i guanti e mi sedetti. Non avevo salvato il mondo, ma almeno non era esploso niente.

Mi detersi il sudore. Sentivo alcune goccioline scendere dietro la schiena lungo la camicia fino ai pantaloni. Speriamo non rimanga la macchia, pensai.

«Roberto prepara una macchina, andiamo da Padre Luciano, priore del Convento di Santa Maria».

 

Fine prima parte ~ Il Silenzio di Ginevra

 

© Francesco Cappello – Tutti i diritti riservati.
Questo testo è un’opera di fantasia. Personaggi, luoghi ed eventi sono frutto dell’immaginazione dell’autore o usati in forma narrativa.
Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, archiviata o trasmessa in alcuna forma o con alcun mezzo (elettronico, meccanico, digitale o altro) senza autorizzazione scritta dell’autore.
Ogni utilizzo non autorizzato sarà perseguito secondo le normative vigenti in materia di diritto d’autore.

Leggi anche