Scesi le scale di corsa. Avrei vinto quei cento euro. Mandai un messaggio a Saverio: «Prepara la banconota.»
In un battibaleno fummo all’istituto. Mi diressi subito verso la sala delle autopsie dove operava di solito Rossana. Eccola là, tutta bardata, intenta ad esaminare il povero Mario.
«Fermo lì!» mi urlò. «Non ti azzardare a entrare senza protezioni. Non si entra in borghese nella mia sala autopsia.»
«È morto ormai, non può farmi niente,» le dissi mentre mi vestivo rapidamente con i suoi paramenti preferiti. Finii la rapida vestizione aiutato da Roberto ed entrai.
«Sei più bello così. Lo sai che tutta quella barbaccia non ti dona. Tagliala e ringiovanisci,» scherzò il mio medico legale preferito.
«Dimmi tutto, Rossana, non perdiamoci nel solito ballo di corteggiamento,» tagliai corto io.
«La ferita ha una penetrazione di poco più di dodici centimetri, sezione ovale, margini regolari. Nessuna frattura ossea visibile, ma leggera scheggiatura al margine della scapola. Non un coltello. Quello sulla scena era solo per depistarci. L’arma è in acciaio duro, punta stretta, impugnatura salda. Un coltello da cucina non ce la fa. Troppo largo, troppo flessibile. Sospetto un attrezzo da giardino. Piccolo e maneggevole come, appunto, un trapiantatore in acciaio con il manico in legno; ha lasciato delle micro schegge,» disse Rossana guardando Mario che giaceva sul suo tavolo.
Mi passai una mano sulla fronte. «Assassino o assassina? Chi l’ha ucciso?» chiesi.
La dottoressa mi guardò: «Ambo i sessi. Con quella punta affilata che serve a bucare la terra è perfetto per penetrare. Non perfetto per il cuore, ma chi ha colpito sapeva cosa faceva.»
Rimasi in silenzio. Sospirai e chiusi gli occhi. «Grazie, Rossana, alla prossima.»
«Quanto rimane per la scommessa?» mi urlò dietro la dottoressa.
«Qualche ora, ma sono vicino ormai,» risposi laconico mentre uscivo dalla sala autopsie.
Fuori dalla sala Roberto era raggiante e, mentre mi toglievo le protezioni, lo invitai a parlare. «Su, Roby, non farmi stare sulle spine.»
Roberto mi guardò con quel sorriso che aveva solo quando sapeva di avermi dato scacco matto. Si mise le mani in tasca e, come se mi stesse parlando del tempo, disse: «Si tratta proprio del manoscritto trovato nel cassetto, dottore. The Game. È quello il titolo. La casa editrice americana ha ricevuto una bozza firmata da Mario Viganò qualche settimana fa. E non solo era interessata… voleva chiudere il contratto in tempi stretti. Vogliono farne un film. Offerta a sei zeri. Diritti esclusivi. Distribuzione mondiale.» Fece una pausa teatrale. Poi, con un mezzo sorriso:
«Quei fogli che ha fatto imbustare nel casolare valgono più di quanti soldi potremmo mai vedere in tutta la nostra carriera da onesti poliziotti.»
«Per uno che aveva giurato di ritirarsi dal mondo, Viganò si era scelto un gran bel rientro», riflettei ad alta voce. Roby «andiamo in paese, dai carabinieri.»
Lungo il tragitto nessuno dei due parlò. Una serie di pensieri si affollavano nella mia mente, pensieri che dovevano solo avere alcune conferme. Sapevo chi era l’assassino, lo avevo capito stamattina ma avevo bisogno di alcuni riscontri che solo i carabinieri potevano fornirmi.
La caserma locale era poco più di una villetta color ruggine, con l’insegna dell’Arma mezza scolorita dal sole e dal tempo. Un giovanissimo carabiniere ci fece accomodare nella stanzetta del comandante, con l’aria condizionata spenta e l’odore di caffè vecchio che si mischiava a quello della carta. Dopo pochi minuti arrivò il maresciallo, comandante della stazione. Ci salutammo con un cenno d’intesa, come due che parlano la stessa lingua anche se non si sono mai incontrati. Un uomo asciutto, completamente calvo, lucido come una palla da biliardo. Aveva occhi svegli e gentili.
«Dottore, sapevo che prima o poi ci saremmo visti. Non immaginavo sarebbe successo così presto. Cosa posso fare per lei?»
«Giuseppe Lupo,» risposi.
«Giuseppe è una brava persona, incapace di fare del male, non può essere stato lui. Si magari è un po’ burbero, ma deve comprendere le circostanze» interruppi il sottufficiale.
«Voglio solo sapere qualcosa in più sul signor Lupo, non voglio arrestarlo o muovere accuse.»
«Giuseppe Lupo. Lo conosciamo bene. Uomo onesto. Un po’ burbero, ma di quelli che, quando si legano a qualcuno, ti danno l’anima. Mai uno sgarro, mai un richiamo. La moglie, Anna, è una brava donna. Stanno insieme da quando erano ragazzi, sempre uniti. Anche lei, fedina penale pulita come la tovaglia della domenica.»
Mi sedetti. Il maresciallo continuò, abbassando leggermente il tono:
«Vivono con la nipote, Francesca. L’hanno cresciuta loro. La madre è morta anni fa, incidente sul lavoro. Non ha mai conosciuto il padre. Aveva cinque anni quando Anna l’ha presa per mano e non l’ha più lasciata. La trattano come una figlia. Anzi… come una figlia perduta, e ritrovata.»
Mi passai una mano sulla guancia, restando in silenzio. Era quel tipo di storia che ti si pianta in un angolo del cuore, anche se fai finta di restare freddo.
«Francesca era una ragazza brillante. Brava a scuola, educata. Si era iscritta a medicina. Studiava con passione, determinazione. Poi un giorno si è presentato un tizio, un poco di buono, si è spacciato per il padre, mai conosciuto, e inspiegabilmente qualcosa si è rotto», concluse il maresciallo, che schiarendosi la voce mi chiese. «ma… Francesca è sospettata di qualcosa?»
Lo guardai dritto negli occhi. «No, maresciallo. Per ora è solo un nome tra tanti.» Ci stringemmo la mano. Uscimmo dalla caserma.
Roberto mi lanciò un’occhiata di quelle che sanno già la risposta.
«Lei pensa che sia stata la ragazza, vero?»
Non risposi subito. Se avessi continuato a fumare, quello sarebbe stato il momento giusto per accendersi un buon toscano e fare lunghe boccate prima di rispondere al mio ispettore.
«Penso che suo nonno abbia tentato, maldestramente, di coprire il colpevole. Magari la ragazza non c’entra niente, ma dobbiamo andare a casa dei Lupo per averne la conferma. Andiamo?»
Entrammo in auto e ci immettemmo sulla lunga strada piena di dossi e svoltammo nella strada che portava a casa loro. La panda verde e l’ape arancione erano parcheggiate vicino casa, segno che forse tutta la famiglia era riunita in unico focolare.
«Roberto, avvisa in questura, fatti mandare una volante per favore.»
«Comandi» fece il mio fedele ispettore.
Bussai tre volte con le nocche sulla porta bianca. Ci venne ad aprire una donna con il grembiule e le mani infarinate. «Io sono la moglie, Anna,» ci disse senza che le chiedessimo niente. Ci fece accomodare. Con una voce che sembrò un bisbiglio disse: «L’aspettavo»
Mi venne da sorridere. Le brave donne capiscono sempre prima degli uomini.
«Buongiorno, signora. Disturbiamo?»
«None… Venite, venite. C’è pure il caffè. Appena fatto. E i tarallucci li ha fatti mia nipote.»
Entrammo. L’odore era di casa vissuta: caffè, forno e sapone di Marsiglia. Giuseppe era appoggiato alla finestra, il cappello tra le mani, lo sguardo fisso nel vuoto. Francesca arrivò in silenzio dal corridoio. Camicetta chiara, capelli raccolti, lo sguardo basso. Non era una colpevole, piuttosto una figlia al ricevimento di condoglianze. Ma senza funerale.
Sedemmo. Roberto accennò qualcosa, ma lo fermai con un’occhiata. Il tempo qui doveva scorrere piano. Non avevo fretta, anche se avessi perso i cento euro era più importante assicurare il colpevole alla giustizia, come si leggeva sui manuali. Feci verso Roberto il gesto dell’accensione di un fiammifero. Egli attivò, con discrezione, il registratore dello smartphone. Non volevo ritrattazioni, come già successo.
Francesca sedette sul divano, le mani in grembo. Lo sguardo abbassato, le labbra strette.
«Sedetevi,» disse Anna. «Il caffè è pronto. Lo facciamo sempre a quest’ora.»
Ci accomodammo. Taralli sul piattino. Odore di caffè tostato e aria di paese, mista a silenzi troppo lunghi. Anna ci versò il liquido in delle bellissime tazzine finemente decorate, forse regalo di nozze. Tazzine così belle non si vedevano più ormai.
Sorseggiai con gusto un ottimo caffè. Infine dissi: «Francesca so che hai scritto tu quel libro. So anche che gliel’avevi dato da leggere con fiducia. E lui te lo ha strappato di mano, in tutti i sensi.»
Lei non rispose. Non mosse un muscolo. La tazzina tremò tra le mani di Anna. Fu Giuseppe a fare la prima mossa. Posò il cappello sul tavolo.
«Dottore, la colpa è mia. Sono stato io a fare tutto. Sono andato da quel… da Mario. Ho perso la testa. Ho fatto quello che ho fatto. Poi ho preso questo attrezzo qui – tirò fuori da chissà dove l’arma del delitto – che tengo sempre con me e gliel’ho piantato dietro la schiena. Poi ho tolto il mio trapiantatore e ho riempito la ferita con un coltellaccio che quel bastardo aveva in cucina. Sono stato io, è colpa mia. Lei non c’entra niente.» Giuseppe era stato un grande attore, mi aveva proprio convinto di non saper spiccicare una parola di italiano e invece eccolo qui. In una notte sembrava aver divorato un intero libro di grammatica e letteratura italiana. Guardai nonno e nipote.
«Giuseppe… lo sa che non è così che funziona. Ma apprezzo il tentativo di proteggere la sua famiglia. Un vero lupo che protegge il suo branco.»
Mi alzai in piedi.
Giuseppe si ammutolì. Lo sguardo basso, come se sapesse di aver detto troppo. Il silenzio tornò a riempire la piccola sala da pranzo. Si sentiva solo il ticchettio dell’orologio a muro. Francesca alzò finalmente lo sguardo. Si voltò verso di me. Aveva lo sguardo fermo, come di chi ha deciso.
«Gliel’avevo dato con fiducia. Quel manoscritto… era tutto quello che avevo. Non volevo niente. Solo un parere, un incoraggiamento. Invece lui…» Si interruppe, deglutì, «invece lui l’ha letto, lo ha capito. E l’ha rubato. Ha cancellato il mio nome, ha firmato lui. Ha mandato tutto negli Stati Uniti a mia insaputa. Quando gli ho chiesto spiegazioni… ha riso. Mi ha detto che nessuno avrebbe mai creduto che l’avevo scritto io. “Tu non sei nessuno. Io sono Mario Viganò”, mi ha detto. E io… io ho perso il controllo. È stato un attimo. Un colpo solo. Poi… il panico. Ho chiamato il nonno…»
Abbassò gli occhi. Anna le prese la mano. Nessuno parlò. Nemmeno Giuseppe.
Mi avvicinai a Francesca, lei mi guardò «mi metterà le manette?»
«No. Non ce ne sarà bisogno vero?»
Lei fece di no. Uscimmo da casa. Alcuni curiosi, attirati dai lampeggianti della volante, si erano radunati lì vicino.
Francesca salì sull’auto che andò via piano, senza sirene, senza fretta.
Giuseppe restò immobile davanti al cancello. Anna gli prese il braccio, piano e lo strinse forte.
Guardai il cielo sopra le nostre teste. Le nuvole si erano diradate. Finalmente aveva smesso di piovere.
Tirai fuori il telefono e chiamai Saverio.
«Ho vinto io.»
FINE
