Il dito muto (Parte 1)

Inauguriamo oggi una nuova rubrica dedicata alla narrativa d’autore ambientata nel nostro territorio. ‘Il dito muto’ è la prima indagine del Vice Questore Sergio Ricci che vi accompagnerà per le prossime quattro domeniche a partire dalle 10:00. Buona lettura.

 

Mario era un vecchio giornalista investigativo che, dopo un disastroso periodo alla direzione di un grande quotidiano nazionale, uno di quelli che fanno tremare le gambe a qualsiasi governo, aveva deciso di mollare la metropoli e rifugiarsi in un casolare in una campagna del sud.

Aveva riempito la sua nuova casa di libri, scatole, riviste e pacchi. In tanti anni sembrava non aver mai finito il trasloco. Si era indebitato per comprare quelle quattro mura.

Ora giaceva là riverso con un dito puntato verso uno scaffale dove c’era di tutto.

Chissà dove puntava quel dito, chissà cosa volesse indicare, forse una rivista, forse un libro. L’indice destro puntava verso qualcosa di indefinito. Era la prima cosa che aveva attratto la mia attenzione. Quel dito così innaturale. Tu, mentre muori pugnalato alla schiena, cosa fai? Punti verso qualcosa. Invece di cercare di toglierti il coltello, come fanno vedere nei film, tu decidi di puntare il dito verso il vuoto. Mi inginocchiai accanto a lui e seguii il dito.

O forse non lo fai in modo innaturale. Forse stava puntando il dito contro il suo assassino, poi, distratto da chissà cosa, aveva voltato le spalle, fiducioso.

E quell’interlocutore, in un attimo, era diventato il suo assassino. Dall’altra parte del corpo, inginocchiata anche lei, c’era il medico legale.

«Allora? Che tipo di arma è stata usata? Un coltello da cucina? Questo coltello? Era mancino o destro, alto, basso, forte, debole.» Si poteva conoscere tanto da come uno pugnalava, chiesi alla dottoressa che stava esaminando la vittima.

«Colpo netto. Sapeva certamente dove colpire. Ha perforato la scapola e la punta ha raggiunto il cuore. Una sola ferita. Nessun urlo. Forse non si è nemmeno reso conto. Morte istantanea. Nessun segno di lotta. Nessuna difesa. E lui – indicando Mario – probabilmente conosceva il suo assassino.

Ma, attenzione, non è questa l’arma del delitto.

Sì, Sergio, la vedi piantata qui, ma è stata messa per depistarci. Entra ed esce troppo facilmente, vedi?

Certo è sporca di sangue, ma a una prima analisi non ci sono tessuti né schegge di osso».

Rispose Rossana come al solito. Nervosa, piccola e telegrafica, com’era nel suo stile.

«Da quanto tempo è morto?» chiesi io, come se non avessi ascoltato il suo telegramma.

E lei guardando il dito rispose: «Non si muore così, col dito. Posa innaturale. Ha scelto.»

«Ma prima avevi detto che forse non se n’era nemmeno accorto!» Rossana arrossì.

E sì quel dito aveva catturato i nostri pensieri.

«Portatemi il corpo in laboratorio e vi saprò dire di più».

«Aspetta», incalzai io «prima che te ne vada: da quanto tempo è morto e che tipo di arma è stata usata, l’assassino è maschio o femmina». Il medico legale mi guardò: «ventiquattro ore. Colpo profondo. Dodici centimetri, forse più. Serve qualcosa di affilato, rigido. Non certamente quel coltello da cucina. Avrai mie notizie tra qualche giorno. Per il sesso, appena trovi l’arma lo capiremo.»

Mi voltai verso un poliziotto in divisa che mi aiutò a rialzarmi. Le ginocchia iniziavano a farmi male. Soprattutto il sinistro che ancora non si era ripreso dalla brutta caduta dell’ultimo caso.

«Chi ha trovato il corpo?» chiesi all’agente.

«Un ciclista», mi rispose Roberto avvicinandosi a me e dandomi il braccio per permettermi di camminare dopo essere stato in ginocchio e fermo in una posa che non era l’ideale per un vecchietto come me.

Il mio fidato Roby era arrivato prima di tutti ed era sempre sul pezzo, continuò «è fuori. Lo faccio entrare?»

«No, no, vado io. Magari mi inquina la scena più di quanto non lo sia».

Percorsi il breve corridoio zoppicando e aggrappato al braccio di Roberto. Il giardino era mal curato. Piante ed erbacce ovunque. Un ciclista vestito di tutto punto per farsi scivolare la strada, nel più breve tempo possibile, stava revisionando la sua bici mentre aspettava il via per riprendere la sua corsa.

Chissà se si stava maledicendo per aver dato l’allarme.

Chissà se questa sosta lo costringeva ad un percorso più corto! Furono questi i pensieri che mi accompagnarono mentre mi avvicinavo a lui e gli sventolai il tesserino sotto il naso.

Lui si alzò e mi guardò. Mancò poco che si mettesse sugli attenti.

Iniziò tutto da solo senza che io avessi una minima possibilità di fargli la prima domanda.

«Passo da qui quasi tutte le mattine, la porta non è mai aperta. Anzi spalancata come l’ho trovata stamattina. Non lo conoscevo. O meglio, ci salutavamo solo quando ci incrociavamo. Buongiorno dicevo io e buona pedalata rispondeva lui. Sembrava una brava persona.»

Lo guardo mentre mi parla. Tipica divisa da ciclista seriale. Quelli che bruciano la strada e i copertoni.

«Quando si è accorto che la porta era spalancata?» E lui, fa un lieve sospiro pronto a ripetere la stessa tiritera.

«Aspetti e mi scusi – faccio io -. Da dove veniva?». Lui mi fa segno di là. Vado nella direzione indicata. Mi allontano da lui un centinaio di metri e guardo verso la casa. Con tutta quell’erba il ciclista non poteva vedere che la porta era aperta. Anzi spalancata come aveva sottolineato. Lo chiamo e lui inforca la bici e in un attimo è da me. Wow, davvero veloce con i pedali!

«Vede – gli spiego – da qui la casa si vede ma lei deve avere lo sguardo di Superman per accorgersi, che la porta è spalancata». Lui mi guarda. Si rimette il caschetto e si allontana con la bici. Bene, ho perso il testimone e in più mi sfreccia accanto come un ossesso. Ah! sta facendo le prove. Poi torna verso di me e sorride mentre si toglie il caschetto. «Ha ragione, dottore. Non potevo vedere la porta se non passando a lato del casolare. Devo essermi accorto che qualcosa non andava solo con la coda dell’occhio. Venga dottore le faccio vedere.»

Raggiungiamo un punto, lui ci mette un attimo, io un po’ di più, sto cercando di non fare molto peso sul ginocchio. Dopo il mio numero da inginocchiatoio vivente l’articolazione mi sta dando qualche problema.

«Ecco vede? la porta è spalancata» mi indica trionfante come se avesse vinto il Giro. Lo guardo «quindi stamane, mentre pedalava come un animale, si accorge che il suo “amico” non c’è e passa dritto. Poi si inchioda perché qualcosa le sembra strano e torna a verificare».

Il ciclista annuì «quasi tutte le mattine, verso le 10.30, lo trovavo a fumare la sua pipa. Era sempre in piedi al di là del cancelletto come se stesse scrutando l’orizzonte. La porta non l’ho mai vista aperta. Ma stamattina lui non c’era e con la coda dell’occhio mi son reso conto che era spalancata.»

«Quanto spesso passa da qui?» Chiedo, e lui «Tutti i giorni». «È un’atleta?» continuo. «No mi mantengo in forma».

«Che lavoro fa?» concludo «Sono un sottufficiale dell’esercito». Ah ecco! Abituato ad avere tutto sott’occhio. Il mio capoposto, almeno era cosi. «Ok ha lasciato i suoi contatti ai miei uomini?»

Lui annuisce. «Può andare anche perché tra un po’ pioverà e rischia di prendere acqua.»

«Uuuuh – risponde lui – non si preoccupi è più bello con l’acqua e le pozzanghere. Sono abituato.»

Lo guardo mentre si rimette il caschetto, sale in sella al suo bolide e mentre sta per schizzare via gli poso una mano sul braccio «è entrato in casa? Ha toccato qualcosa?» Lui mi guarda e scuote il capo «no, non ho toccato nulla. Ho solo chiamato i carabinieri e poi siete arrivati voi. Lei è arrivato non più di 30 minuti fa.» Lo lascio andare, in un paio di pedalate è fuori dalla mia vista.

 

Fine prima parte

Seconda parte domenica 10 maggio

di Francesco Cappello

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