Il dito muto seconda parte ~ Il passato e la tecnologia

Il dito muto seconda parte ~ Il passato e la tecnologia

 

Torno verso la casa.

C’è Roberto ad aspettarmi e dalla faccia che ha non ci sono buone notizie. Lo guardo come un padre che immagina le marachelle del figlio e lui subito vuota la coscienza. «Sergio, abbiamo un problema. Questa è una casa vecchio stampo, o forse era lui vecchia scuola. Niente computer, niente videosorveglianza, niente smartphone. Nemmeno un animale domestico.»

Mi grattai il naso. Mi prudeva sempre quando un solitario non aveva nemmeno un gatto da accudire. É sospetto il fatto che non ci sia un animale da compagnia per un lupo solitario come poteva essere diventato Viganò.

Sentii un trillo di un telefono. Guardai Roberto che con gli occhi guardò il mio smartphone.

Che palle! Il questore. Chiudo la chiamata. So cosa vuole. Vuole l’assassino. Ma qui siamo in aperta campagna e Mario non parla, non mi dà una mano, una dritta. No, forse qualcosa di dritto lo ha dato, il dito che punta qualcosa. Mi ricorda quel romanzo di Camilleri quando la vittima aveva fatto in tempo a scrivere POE.

Si avvicina un agente e mi porge un telefono. Mario mi ha ascoltato e sta arrivando un aiuto tecnologico. Ah! No, è mio fratello. Il Questore.

«Devi toglierti l’abitudine di chiudermi il telefono. Sono sempre il tuo superiore, cazzo, oltre che tuo fratello. Cazzo!!!»

«Che vuoi?» gli faccio io. E lui: «È confermato? É lui?» Rispondo affermativamente. «É Mario Viganò.»

«Cazzo!», sbottò lui, «Cazzo, cazzo, cazzo!»

«Hai finito? Possibile che ogni volta che ci sentiamo non mi chiedi mai se sto bene ma stai sempre con ‘sto cazzo in bocca?»

«Cazzo» continuò il questore. «Sai cosa significa questo?»

«Che ti staranno tutti addosso, a iniziare dal Prefetto. Comunque siamo fortunati, il circo mediatico non è ancora arrivato. Siamo in aperta campagna.»

«Sergio caro, Sua Eccellenza il Prefetto vuol sapere chi è stato. Si è fortemente raccomandato di fare presto e togliersi di mezzo questo impiccio.»

«Fabio caro, puoi tranquillamente dare a Sua Eccellenza il mio numero, o se preferisce può venire lui ad interrogare l’erba, il muretto a secco o lo stipite della porta. Siamo appena arrivati. In cinque minuti non possiamo conoscere già il nome dell’assassino o dell’assassina. «Se mi lasciate lavorare, chiudo l’indagine. Altrimenti il circo ve lo trascinate per mesi.»

Chiusi la comunicazione senza dargli il tempo di replicare e restituii lo smartphone all’agente. «Se richiama» – ordinai – «digli che sto pisciando.» Il povero agente annuì ma sapevo che non avrebbe eseguito.

Tornai verso il casolare ed entrai in casa. Ma non avevo fatto nemmeno mezzo passo che vidi penzolare qualcosa dietro una sedia. La spostai, et voilà: un caricabatteria attaccato alla presa. È tiepido quindi funziona. Chiamo l’uomo della scientifica. Glielo indico. «Avete trovato un cellulare?» Lui scosse la testa. Il caricabatteria era di un vecchio modello Samsung, quelli a conchiglia.

«Rivoltate la casa, il cellulare è sicuramente da qualche parte. Fatelo saltare fuori» ordinai agli agenti.

Il personale si mette alla caccia del dispositivo ma del Samsung nemmeno l’ombra. Sorrido. L’assassino ha fatto un errore. Bisogna chiedere i tabulati delle celle. Verificare chi era nei paraggi. E se il cellulare salta fuori, il nostro uomo è fregato. Feci un giro su me stesso, ero contento. Mi ero preoccupato per niente. Il quinto senso e mezzo, come dice Dylan Dog, si era allarmato a vuoto.

Voglio collaborare anche io nella perquisizione. Vado verso uno scrittoio. Metto i guanti e apro i cassetti. Ci sono solo carte. Mi volto di scatto. Nemmeno il televisore. Guardo Roberto.

Lui mi capisce al volo allargando le braccia: «l’unico dispositivo tecnologico è una macchina da scrivere elettronica.»

Apro l’ultimo cassetto. È vuoto tranne un cellulare in bella mostra di sé al centro. Eccolo qui il nostro Samsung. Lo prendo per verificare che sia accoppiato al caricabatteria ma scopro che è attaccato al pannello come fosse una sorta pomello.

Lo tiro e… ah, doppio fondo. Esamino il cellulare. È un vecchio modello, proprio come aveva detto il tecnico della scientifica quello a conchiglia. Lo apro e provo ad accenderlo. Niente. Non da nessun cenno di vita. Forse il suo scopo era fare veramente da pomello. Metto in controluce e noto che il vetro è rotto.

Faccio cenno al personale di aver trovato qualcosa, chiamo il fotografo per la documentazione e la scientifica per rilievi e impronte. Nello scomparto segreto non c’è niente. Che brutta sorpresa. E io che pensavo di aver migliorato il mio record per la risoluzione di un caso. Se c’era qualcosa ora è scomparsa. Niente caso facile. Guardo Roberto. E lui di rimando «Ho già richiesto le celle telefoniche.» Sorrido. È la mia spalla efficiente. Sa come penso e mi anticipa senza che io parli. Meglio della moglie che non ho.

Mi allontano dalla scrivania, verifico che non ci siano altre sorprese, tipo scomparti segreti o altro.

Chiamo un agente. Non mi fa di stendermi sotto il tavolino. Non voglio dare spettacolo. Lui picchietta il legno ma sembra omogeneo, senza altri scomparti.

Vado in cucina. Vediamo cosa mangiava la nostra vittima. Si capisce sempre molto da come si nutre un individuo. Se ingordo, se goloso, se tirchio, e se, soprattutto, faceva la spesa al supermercato. Apro il frigo.

Spento. C’è solo una bottiglia di vino da discount. Metto la testa nel frigo per carpire qualche odore. Inspiro profondamente. Niente.

Nessun odore. C’è un vago odore di nuovo nonostante l’elettrodomestico non sia proprio di primo pelo.

A Mario non piacevano le cose fresche. Solo un po’ di vino. Forse a pranzo. Prendo la bottiglia e la apro. La odoro, sì è vino. Agito la bottiglia mettendola contro luce, magari c’è qualche messaggio segreto.

No! Niente di tutto questo. Mi allontano dal frigo. Apro i vari cassetti della dispensa. Del formaggio stagionato. Alcune uova non marcate. Del pane duro, pasta e sughi pronti, monoporzione. Faccio cenno a Roberto che si porta diretto il fotografo.

«Dobbiamo capire dove faceva la spesa e da dove vengono queste uova.» La mia spalla questa volta mi guarda interrogativo. «Quando compri le uova al supermercato o in negozio c’è un marchio che indica il lotto. Qui sono intonse. Gliele avrà date qualcuno. Quindi non era proprio l’orso che voleva farci credere. Rivoltate anche la spazzatura.»

Mi spostai in bagno. Lì, un uomo solo e anziano avrebbe dovuto tenere dei farmaci. Non ne avevo visti in giro. Se l’armadietto conteneva i farmaci c’erano anche le prescrizioni, e quindi un medico, o un farmacista, che avrebbe potuto dirmi chi frequentava.

Aprii lo stipite dello specchio sopra al lavandino: niente farmaci, nemmeno un’aspirina. Sul lavabo, invece, un pennello da barba con della schiuma secca. Mi avvicinai al pennello, ne sentii l’odore, lo riconobbi: era di una nota marca. Feci cenno a Roby, che fece imbustare tutto. Sicuramente stava per farsi la barba e qualcuno – o qualcosa – lo aveva interrotto.

Tornai velocemente verso il corpo. Lo guardai in faccia: sì, aveva iniziato dalla basetta sinistra. Schioccai le dita verso Roberto

«Fai rilevare le impronte sul campanello.»

«Già prese, Sergio.» mi rispose Roby trionfante. Alzai le braccia al cielo come per invocare la divinità degli investigatori.

«Ho capito con te non c’è partita». Roberto sorrise del complimento e poi: «abbiamo trovato il contadino da cui si riforniva.»

«Caspita, siete stati veloci!» Esclamai.

«No, non è merito nostro. Pare sia il giorno del suo rifornimento settimanale. Lo faccio entrare?»

«No, Roby. Esco sempre io.»

 

Fine seconda Parte

Terza puntata domenica 17 maggio

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