A Melendugno la vicenda politica legata alle dimissioni di Cosimo Dima dalla presidenza del Consiglio comunale non si chiude, anzi. Gli ultimi interventi pubblici del Partito Democratico e del sindaco consegnano un quadro ormai definito: non più una frizione interna alla maggioranza, ma uno scontro politico aperto, destinato a lasciare tracce anche nel medio periodo.
Da una parte il PD, che accusa il primo cittadino di aver “rotto il patto elettorale” con la nomina di un assessore esterno non condiviso, rivendicando di aver proposto più nomi per sostituire la compianta Sonia Petrachi. Dall’altra il sindaco, che respinge ogni accusa, parla di ricostruzioni “false” e attribuisce a Dima una scelta “tardiva” e “non coerente”, maturata – secondo la sua versione – solo di fronte a una revoca ormai imminente.
Due narrazioni opposte, che non si incontrano in nessun punto.
Il comunicato del Partito Democratico è un atto politico duro, costruito per ribaltare la responsabilità della crisi. Il nodo centrale è chiaro: il PD sostiene di essere stato escluso da una decisione che, secondo gli accordi del 2022, gli avrebbe dovuto garantire un ruolo in Giunta. Non solo: afferma di aver indicato più nomi, tutti respinti senza motivazioni.
Il sindaco, nel suo intervento video, sceglie invece una linea diversa: non entra nel merito del patto in modo diretto, ma sposta l’attenzione sulle dimissioni di Dima, descritte come una scelta non spontanea ma obbligata. Il passaggio chiave è proprio questo: la presunta “inerzia” del presidente del Consiglio e il successivo coinvolgimento del segretario comunale e della Prefettura, che avrebbero reso inevitabile l’epilogo.
In mezzo, una maggioranza che si dichiara “compatta” e un’opposizione che, almeno su questo punto, sembra aver trovato una linea comune.
C’è però un elemento che rischia di essere sottovalutato nel rumore dello scontro: il ruolo del presidente del Consiglio comunale.
Nel sistema degli enti locali italiani, quella figura è chiamata a garantire l’equilibrio dell’assemblea, non a rappresentare una parte. E la storia istituzionale insegna che la presidenza può essere ricoperta anche da esponenti non allineati alla maggioranza. Non è un’anomalia, né una forzatura.
Se si accetta questo principio, allora la questione non è tanto se Dima fosse ancora “in maggioranza” o meno, ma se fosse in grado di esercitare quel ruolo di garanzia. Ed è un piano diverso, più sottile, che richiede valutazioni meno politiche e più istituzionali.
Per dirla senza troppi giri: nessuno dovrebbe impedire a un “Nilde Iotti al maschile” di svolgere quel ruolo solo perché non appartiene più alla maggioranza. Il punto vero è un altro, e riguarda il modo in cui quella funzione viene esercitata.
Una crisi che guarda già al futuro
Se qualcuno pensa che la vicenda si chiuda con le dimissioni di Dima, probabilmente sta leggendo una storia diversa.
Quello che sta accadendo a Melendugno ha tutte le caratteristiche di un avvio anticipato di campagna elettorale. Non dichiarata, certo, ma già riconoscibile nei toni, nei contenuti e nelle strategie comunicative.
- Il PD costruisce una narrazione basata su affidabilità e rispetto degli accordi
- Il sindaco e la maggioranza rispondono puntando su stabilità, coerenza e continuità amministrativa
- Dima, nel frattempo, si ritaglia uno spazio autonomo, fuori dagli schemi tradizionali
Tradotto: si stanno già posizionando.
E la data, anche se nessuno la pronuncia apertamente, è già sul tavolo: maggio/giugno 2027.
Nei prossimi mesi il confronto non sarà solo sulle scelte amministrative. Sarà soprattutto su due parole chiave:
- fiducia
- coerenza
Chi ha rispettato gli impegni?
Chi ha cambiato linea?
Chi è rimasto fedele al mandato ricevuto?
Sono domande che oggi sembrano parte del dibattito politico, ma che domani diventeranno strumenti di campagna elettorale.
E chi pensa che tutto questo finisca qui rischia di restare sorpreso.
Le dimissioni di Cosimo Dima non chiudono una crisi. La rendono più chiara.
Da questo momento in poi, ogni scelta, ogni dichiarazione, ogni voto in Consiglio sarà letto anche in chiave futura. E ogni passaggio contribuirà a costruire una narrazione che verrà ripresa, amplificata e semplificata quando si tornerà alle urne.
Perché la politica locale ha una memoria selettiva, ma quando serve sa ricordare benissimo.
E questa storia, è abbastanza evidente, non è finita.