E anche gli alberi “pericolosi” in via San Giovanni a Melendugno sono stati abbattuti aggiornando il tabellone a ben 103 alberature. La giustificazione è sempre la stessa: in nome e per conto della sicurezza 103 piante hanno visto la fine della loro carriera solo perchè hanno avuto la sfontratezza di cescere rigogliose, senza manutenzione e producendo un po’ di ossigeno, ombra e qualche bel ricordo.
Sia chiaro che la sicurezza delle persone non si discute. Ma si può e si deve discutere, invece, come sia stata valutata, quali alternative siano state esaminate e cosa sia accaduto dopo i primi tagli.
Nel confronto pubblico nato sotto un mio post, l’agronomo incaricato ha spiegato che i pini della villa erano strettamente collegati tra loro, sia attraverso le radici sia attraverso le chiome. Ha aggiunto un particolare che merita attenzione: dopo l’abbattimento dei primi esemplari, quelli vicini si sarebbero inclinati progressivamente, anche per la maggiore esposizione al vento. Secondo il tecnico, questa risposta avrebbe confermato la necessità di intervenire sull’intero gruppo. Discorso valido per la villa comunale. Ma per via San Giovanni quali abbattimenti sono stati effettuati per verificarne la stabilità. E l’eucalipto è capitato nel novero solo perchè colpevole di avere radici e tronco?
E un’altra domanda mi sorge. Se nell’area della villa comunale era prevedibile che togliere alcuni alberi modificasse la stabilità degli altri, quali misure erano state previste prima di iniziare? L’inclinazione osservata dopo i primi tagli era un rischio già documentato nella perizia, oppure un elemento emerso durante i lavori? Hanno influito anche le piogge di marzo scorso? Quali soluzioni conservative sono state valutate per le piante che, considerate singolarmente, non richiedevano l’abbattimento? Oppure l’abbattimento era stato deciso a prescindere dal risultato emerso?
L’agronomo sostiene che lo studio sia stato approfondito con prove sul campo e che si sia scelto di non ricorrere a ulteriori strumenti perché le piante erano «ormai a fine carriera».
Il consigliere Simone Dima contesta questa conclusione e chiede indagini strumentali e un confronto con un altro agronomo. Sono posizioni diverse, che non si risolvono con una lite su Facebook: servono le relazioni tecniche, i rilievi e gli atti che hanno portato alla decisione.
Anche il consigliere Marco Potì riferisce che il suo gruppo ha presentato due richieste di accesso agli atti, chiedendo di sospendere le attività per esaminare eventuali alternative. Secondo quanto scrive, la richiesta non è stata accolta e il taglio di oltre cento alberi è stato completato.
Intanto nel dibattito compare un numero ancora più grande: saranno 300 gli alberi da abbattere. Dima lo indica come dimensione complessiva degli abbattimenti contestati. Ma quali interventi comprende quel totale, in quali luoghi e con quali provvedimenti? È un dato che l’amministrazione dovrebbe chiarire pubblicando un elenco preciso: alberi già rimossi, alberi ancora destinati al taglio, motivazione tecnica per ciascuna area e piano delle sostituzioni.
Un albero che rappresenta un pericolo concreto va messo in sicurezza, sia chiaro. Ma cento alberi abbattuti non sono una normale operazione di manutenzione da archiviare con una rassicurazione generica. E la prospettiva che il conto possa avvicinarsi a trecento impone risposte ancora più puntuali.
Noi, nel nostro piccolo, non sottovalutiamo, mai, la sicurezza (un albero caduto su un’auto, inculumi i passeggeri) nè se fosse successo a noi avremmo preteso che l’albero fosse messo in sicurezza ma chiediamo di poter visionare le prove che rendono necessario sacrificare una parte così grande del patrimonio verde di Melendugno.
Altrimenti invece dell’albero di pino presente nello stemma mettiamo una motosega e tagliamo la testa al toro, tanto per rimanere in tema.
Francesco Cappello
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