Ogni anno il 2 giugno celebriamo la nascita della Repubblica Italiana. Lo facciamo con le bandiere, con le cerimonie ufficiali, con i discorsi delle autorità e con le immancabili fotografie delle Frecce Tricolori e la solita parata a Roma.
Eppure, con il passare del tempo, sembra che ci stiamo dimenticando una domanda fondamentale: che cosa votarono davvero gli italiani nel 1946?
La risposta più semplice sarebbe dire che votarono per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Ed è vero. Ma sarebbe una risposta incompleta e troppo semplicista.
Il referendum del 2 giugno 1946 arrivò dopo vent’anni di dittatura, una guerra devastante e la perdita di milioni di vite umane. Quel voto rappresentò molto più di una semplice scelta istituzionale. Fu il tentativo di costruire un Paese nel quale il cittadino tornasse ad essere protagonista della vita pubblica, libero di esprimere le proprie idee, di associarsi, di criticare chi governava e di partecipare al dibattito politico senza paura.
Non bisogna dimenticare che l’Italia usciva dalla guerra ed era un Paese profondamente diviso.
Nel Nord, dove la guerra partigiana aveva avuto un ruolo importante, la Repubblica ottenne risultati molto significativi. Nel Mezzogiorno, invece, la Monarchia risultò prevalente. Le ragioni furono molteplici e non possono essere ridotte a una semplice contrapposizione ideologica.
Al Sud la guerra partigiana fu un fenomeno assai più limitato. L’arrivo degli Alleati avvenne sin dal luglio 1943 e in modo diverso rispetto alle regioni settentrionali. Mancò quindi quell’esperienza collettiva che aveva contribuito a rafforzare nel Nord il desiderio di una rottura netta con il passato monarchico.
A questo si aggiungeva una diversa struttura sociale. Nelle regioni meridionali era meno sviluppata una grande classe operaia organizzata e inquadrata nei partiti di massa che, nel dopoguerra, rappresentavano anche una scuola di partecipazione politica e di educazione civica. Attraverso sindacati, sezioni di partito, associazioni e cooperative, milioni di cittadini imparavano a confrontarsi, a discutere, a difendere i propri diritti e ad assumersi responsabilità collettive.
Oggi queste differenze storiche possono apparire lontane. Eppure aiutano a comprendere un aspetto essenziale della nostra democrazia: le libertà non nascono per caso e non si conservano automaticamente.
Ogni generazione tende a considerare normali i diritti che ha ricevuto in eredità. La libertà di parola, la libertà di stampa, la libertà di critica, il diritto di manifestare il proprio dissenso sembrano elementi naturali del paesaggio democratico. In realtà non lo sono affatto.
Sono conquiste.
Conquiste ottenute da persone che hanno conosciuto il carcere per le proprie idee, la censura, il confino, la persecuzione politica e, in molti casi, la morte.
Per questo motivo il valore della Repubblica non si misura soltanto nelle istituzioni che abbiamo costruito, ma anche nella capacità di accettare il confronto tra idee diverse.
Una democrazia non si rafforza eliminando il dissenso. Si rafforza imparando a conviverci.
Il cittadino che critica un’amministrazione, un partito, un’associazione o una scelta pubblica non è necessariamente il nemico pubblico numero uno e non è un oppositore della comunità. Al contrario, spesso rappresenta uno degli strumenti attraverso cui la comunità stessa verifica la qualità delle decisioni che vengono assunte.
La libertà di espressione, infatti, non è stata pensata per proteggere le opinioni condivise dalla maggioranza. Quelle si difendono da sole. È stata pensata soprattutto per tutelare le opinioni scomode, impopolari, minoritarie e perfino irritanti. Anche quelle che non piacciono e non sono in linea con la maggioranza dei presenti.
È facile difendere la libertà di chi è d’accordo con noi.
Molto più difficile è difendere il diritto di parola di chi ci contraddice.
Eppure è proprio lì che si misura la maturità democratica di una società.
Negli ultimi anni sembra essersi diffusa, purtroppo, una tendenza preoccupante. Si accetta il confronto finché rimane innocuo. Si apprezza il dibattito finché non mette in discussione convinzioni consolidate.
Si invoca il dialogo finché il confronto rimane astratto. Molto meno quando assume la forma concreta di una critica pubblica, di un commento, di un post sui social network. Quella che qualcuno aveva immaginato come una moderna ‘Repubblica di Facebook‘ rischia così di trasformarsi in uno spazio dove il dissenso viene tollerato solo finché non diventa visibile.
Sempre più spesso il problema non appare essere la fondatezza di un’argomentazione, ma la sua stessa esistenza.
Si preferisce il consenso al confronto, l’approvazione alla discussione, il silenzio alla critica.
Eppure la Repubblica nata il 2 giugno 1946 si fonda esattamente sul principio opposto.
L’idea che una comunità possa crescere attraverso il pluralismo delle opinioni.
L’idea che nessuno possieda la verità assoluta.
L’idea che il confronto pubblico, per quanto talvolta rumoroso e sgradevole, sia comunque preferibile al silenzio.
A ottant’anni da quel voto dovremmo forse interrogarci meno sulle celebrazioni e un po’ di più sull’eredità che abbiamo ricevuto.
Perché le libertà non scompaiono improvvisamente.
Non vengono cancellate in un solo giorno.
Si consumano lentamente, un’abitudine dopo l’altra.
Un post cancellato o eliminato dietro l’altro.
Un silenzio alla volta.
Una rinuncia alla volta.
Una critica che non viene espressa.
Una domanda che non viene posta.
Un confronto che non viene affrontato.
I cittadini che si recarono alle urne nel 1946 non stavano semplicemente scegliendo una forma di Stato. Stavano affidando alle generazioni future una responsabilità.
Quella di custodire la libertà conquistata.
Anche quando è scomoda.
Soprattutto quando è scomoda.
I cittadini del 1946 avevano conosciuto una censura imposta dall’alto, attraverso leggi, controlli e divieti.
Oggi il rischio appare diverso. Nessuno vieta formalmente di parlare.
Più spesso si suggerisce di evitare, di rinviare, di non alimentare polemiche.
È una differenza sostanziale. Ma il risultato, se portato all’estremo, può essere sorprendentemente simile: meno confronto pubblico e più silenzio.
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