Com’era prevedibile il referendum consultivo sulla gestione e valorizzazione dell’area archeologica di Roca non si farà.
Il Segretario comunale del Comune di Melendugno ha infatti dichiarato inammissibile il quesito referendario presentato da un comitato di cittadini, chiudendo di fatto la strada a una consultazione popolare su una delle scelte più rilevanti degli ultimi anni per la comunità locale.
La decisione è stata motivata con argomentazioni di natura giuridico-amministrativa, fondate sullo Statuto comunale, sul Regolamento per i referendum e su pareri ministeriali e orientamenti giurisprudenziali. Secondo il giudizio espresso, il quesito risulterebbe intempestivo, non riferibile a una materia di competenza esclusiva del Comune e formulato in modo non sufficientemente chiaro dal punto di vista giuridico.
La presa di posizione del Segretario ha immediatamente innescato un duro confronto politico, culminato in prese di posizione pubbliche sia da parte dei promotori del referendum sia da parte del sindaco e della maggioranza.
Il ruolo del Segretario: diritto come argine
Dal punto di vista istituzionale, il Segretario comunale ha esercitato una funzione prevista dall’ordinamento: quella di verificare l’ammissibilità degli atti e la loro conformità alle norme vigenti. In questo senso, il giudizio non entra nel merito della scelta politica sulla gestione di Roca, ma si limita a valutare se lo strumento referendario potesse essere attivato nelle forme e nei tempi proposti.
Di fatto, però, il diritto ha svolto un ruolo di barriera.
Il giudizio di inammissibilità rappresenta uno scudo tecnico dietro cui l’Amministrazione ha potuto collocarsi, sottraendo la decisione sul referendum al terreno del confronto politico diretto e riportandola interamente dentro i confini della procedura amministrativa.
Accanto al profilo tecnico, emerge con chiarezza un dato politico: l’Amministrazione comunale ha scelto di non aprire uno spazio di confronto popolare sulla gestione futura di Roca.
Pur in presenza di uno strumento statutario che consente referendum consultivi, la linea seguita è stata quella di applicare l’interpretazione più restrittiva possibile delle norme, privilegiando la tenuta formale del procedimento rispetto al rischio di una consultazione pubblica.
In altre parole, la strada scelta è stata quella della blindatura procedurale: ridurre il margine di incertezza, evitare passaggi partecipativi potenzialmente divisivi, mantenere la decisione entro il perimetro degli atti amministrativi già assunti.
Una scelta legittima sotto il profilo formale, ma che segna una chiara opzione politica: meglio la sicurezza del procedimento che l’apertura al consenso, con tutte le sue incognite.
Il sindaco, intervenendo pubblicamente sul suo profilo social, ha difeso il ruolo del Segretario comunale come figura terza e garante della legalità, ribadendo che il diniego non riguarda il principio della partecipazione, ma esclusivamente la formulazione del quesito. Secondo questa lettura, le critiche mosse dall’opposizione e dai promotori del referendum sarebbero strumentali e prive di fondamento giuridico.
Dall’altra parte, i promotori della consultazione e alcuni esponenti politici locali leggono il diniego come una occasione mancata di confronto su una scelta che inciderà per decenni sulla gestione di un bene simbolo del territorio.
Al di là del giudizio di ammissibilità, la vicenda del referendum su Roca evidenzia una frattura più profonda: non tanto tra legalità e illegalità, quanto tra modelli diversi di governo locale.
Da un lato, un’impostazione che privilegia la solidità procedurale e la continuità amministrativa. Dall’altro, la richiesta di una partecipazione più diretta dei cittadini nelle decisioni strategiche.
Ma il dibattito su come, quando e quanto coinvolgere la comunità nelle scelte che riguardano Roca è tutt’altro che chiuso.
Cosa accadrà ora
La vicenda non si chiude con il giudizio di inammissibilità. Il Comitato promotore del referendum ha già annunciato l’intenzione di impugnare il provvedimento dinanzi al TAR, il Tribunale Amministrativo Regionale, per contestare il diniego e le motivazioni addotte.
Parallelamente, il confronto è destinato a trasferirsi e intensificarsi nello spazio pubblico, in particolare sui social network e nelle piazze virtuali, dove il tema della gestione di Roca continua a suscitare un forte coinvolgimento emotivo e politico. È prevedibile che il dibattito riprenda vigore, anche con toni aspri e polarizzati, alimentando una discussione che va oltre il singolo atto amministrativo e tocca il rapporto tra istituzioni, partecipazione e scelte strategiche per il territorio.
Il “no” al referendum, dunque, non segna la fine del confronto, ma piuttosto l’inizio di una nuova fase, in cui la questione di Roca continuerà a essere al centro dell’attenzione pubblica e del dibattito cittadino.