Come 800 otrantini salvarono Roma, l’Italia e tutto il mondo occidentale

    Il 14 agosto 1480 fu perpetrato un massacro su una collina appena fuori dalla città di Otranto, nell’Italia meridionale. Ottocento abitanti maschi della città furono portati in un luogo chiamato Colle della Minerva e, uno ad uno, decapitati, uno di fronte agli altri. Quel luogo in seguito divenne noto come collina dei martiri.

    Nella guerra medievale, la sanguinosa esecuzione di una popolazione di una città non era eccezionale, ma ciò che accadde a Otranto fu unico. Le vittime sulla collina della Minerva furono decapitate non in quanto nemici politici di un esercito di conquista, né perché rifiutarono di abbandonare la loro città.

    Furono giustiziati perché rifiutarono di convertirsi all’Islam. Gli 800 uomini di Otranto non sapevano però di far parte di un piano più grande e articolato e che doveva concludersi con la conquista dell’Italia, di tutta la cristianità assoggettata agli eserciti dell’Impero Ottomano. Quegli 800 martiri riuscirono a rallentare, invece, l’invasione ottomana di Roma che riuscì a scampare al medesimo destino che aveva colpito Costantinopoli 27 anni prima.

    Il 29 maggio 1453, la città di Costantinopoli, capitale dell’Impero Bizantino, fondata da Costantino il Grande nel IV secolo cadde sotto i colpi di 250mila Turchi Ottomani al comando del giovane Sultano di 21 anni Mehmet II. Mehmet II che con la conquista di Costantinopoli ottenne il titolo di el-Fatih (“il Conquistatore”), mise fine alla guerra secolare contro i Bizantini e fece di quella grande città cristiana la nuova capitale del suo impero islamico e la base di partenza per i suoi grandi progetti di dominio dell’occidente.

    Mehmet II si faceva chiamare Kayser-i Rûm (“Cesare di Roma”) sulla base del fatto che era il successore al trono dell’Impero bizantino e discendente di Theodora Kantakouzenos (figlia dell’imperatore bizantino Giovanni VI Kantakouzenos) che era stata sposata al Sultano Orhan I (1326-1359). Dopo la caduta di Costantinopoli Mehmet aveva annunciato la sua intenzione di invadere l’Italia, conquistare Roma e riunire le due metà dell’Impero Romano sotto un unico comando, il suo. La conquista dell’Impero Romano d’Occidente avrebbe segnato la sconfitta definitiva della causa cristiana in Europa, la conversione della città dei papi e la Basilica di San Pietro sarebbe diventata una scuderia per la cavalleria ottomana.

    Nel 1480 Mehmet ordinò alle sue truppe di raggiungere la Puglia. La flotta comprendeva almeno 90 galee, 15 galeazze pesantemente armate e 48 galeotte più leggere con oltre 18mila soldati. Il loro obiettivo iniziale era la città portuale di Brindisi, in Puglia. Brindisi inoltre era la scelta ideale perché offriva un grande porto per le navi. Il comandante della forza ottomana, Ahmet Pasha, era uno dei più formidabili generali di Mehmet. Intendeva conquistare il porto e poi avanzare immediatamente verso nord, verso Roma, mentre i rinforzi ottomani giunti nel frattempo da Costantinopoli avrebbero permesso di consolidare le posizioni nel territorio conquistato.

    Ma Mehmet non aveva fatto i conti con il clima dell’Adriatico e i suoi famosi venti che costrinsero la flotta a sbarcare a circa 50 miglia più a sud, a Roca, nei pressi di Otranto. Roca, e Otranto, all’epoca erano sotto il dominio dei regni uniti di Napoli e Aragona. La cattedrale di Otranto risaliva alla fine del XI secolo e fu sede della benedizione di quei primi 12mila crociati guidati da Boemondo I d’Altavilla che, tra il 1095 e il 1099, partirono alla volta della Terra Santa.

    Il 29 luglio 1480 il panorama al largo di Otranto si offuscò di navi e una notizia iniziò a diffondersi per le campagne circostanti: il terribile esercito Ottomano era sbarcato nelle vicinanze. Migliaia di soldati e marinai marciarono verso Otranto, dove la guarnigione era di circa 400 uomini. Messaggeri furono inviati subito a nord per avvertire il resto della penisola del pericolo arrivato dal mare.

    Il castello di Otranto non aveva cannoni, e il comandante della presidio, il conte Francesco Largo, era consapevole delle limitate difese e della mancanza di acqua. La guerra medievale prevedeva o lo svolgersi di un lungo assedio e quindi la resa della città assediata oppure la liberazione se i rinforzi fossero arrivati per tempo.

    La resa era un’opzione da prendere in considerazione il prima possibile poiché più a lungo durava un assedio più i termini della resa sarebbero stati duri. Se una città o un castello, dopo lungo assedio, fosse caduto il suo destino era segnato e il saccheggio era cosa certa mentre i suoi abitanti venivano passati per le armi o venduti come schiavi.

    Per i cittadini di Otranto, l’assedio di Costantinopoli era ancora ben vivido tra i loro ricordi.  Quando la capitale dell’Impero Romano d’Oriente cadde, le truppe ottomane saccheggiarono la città, e il momento peggiore si realizzò nel momento in cui abbatterono le porte in bronzo della cattedrale di Santa Sofia ove all’interno le truppe turche vi trovarono un enorme numero di bizantini che si erano rifugiati e che pregavano che la città venisse risparmiata. I cristiani furono fatti prigionieri e separati in base all’età e al sesso. I neonati e gli anziani furono uccisi brutalmente; gli uomini – inclusi alcuni senatori più importanti della città – furono spediti al mercato degli schiavi; le donne e le ragazze furono violentate dai soldati e e anch’esse vendute come schiave, se avevano avuto la fortuna di sopravvivere alle sevizie.

    A Otranto, i termini per la resa furono apparentemente generosi. Se la città si fosse arresa, i difensori sarebbero stati risparmiati. La risposta alle richieste del Pasha fu decisa: nessuna resa. Dopo aver inviato un secondo messaggero per sollecitare rinforzi al nord i capi a difesa del castello lanciarono le chiavi della città in mare per ribadire la loro volontà di non arrendersi. Il 30 luglio una parte dei soldati a difesa di Otranto abbandonarono la città e i suoi abitanti al loro destino.

    Le poche centinaia di abitanti di Otranto si trovavano ad affrontare 18mila ottomani feroci con appena 50 soldati napoletani. I cannoni ottomani sputarono un torrente inesorabile di pietre, e orde di soldati ottomani si abbatterono contro le mura della città cercando di scalarle. Le persone a difesa della città bollivano l’olio e l’acqua e lo versavano addosso agli assalitori mentre altri lanciavano rocce, statue e mobili.

    La lotta e l’assedio andò avanti in questo modo per quasi due settimane finché, alle prime ore della mattina del 12 agosto, gli ottomani riuscirono con i loro cannoni ad aprire una breccia in una parte delle mura. La popolazione di Otranto senza preparazione militare e senza speranze, fino ad allora, era riuscita a tenere testa ad un esercito furioso e temibile.

    Le truppe turche entrarono dalla breccia massacrando tutto ciò che capitava nel loro cammino. Si diressero verso la cattedrale. Come a Costantinopoli e per la cattedrale di Santa Sofia, gli invasori trovarono la chiesa piena di persone che pregavano con l’arcivescovo Stefano Agricoli, monsignor Stefano Pendinelli e il conte Largo. Gli ottomani ordinarono all’arcivescovo di buttare via il suo crocifisso, abiurare la fede cristiana e abbracciare l’Islam. Quando egli rifiutò, la testa gli fu tagliata di netto di fronte a tutti. Anche il vescovo Pendinelli e il conte Largo rifiutarono di convertirsi e furono condannati a morte: secondo le cronache dell’epoca furono lentamente tagliati a metà. I sacerdoti furono uccisi e la cattedrale fu spogliata di tutti i simboli cristiani e trasformata in una scuderia per i cavalli. Gli Ottomani poi radunarono i sopravvissuti di Otranto e li portarono via come prigionieri.

    Il popolo di Otranto affrontò la stessa sorte dei cristiani di Costantinopoli. Tutti gli uomini di età superiore ai 50 anni furono trucidati. Le donne e i bambini sotto i 15 anni furono uccisi o mandati in Albania come schiavi. Secondo alcune fonti contemporanee, il numero totale di morti fu di almeno 12mila persone e 5mila resi schiavi, ma sono fonti non affidabili dato che Otranto non contava 17mila abitanti.

    Ahmet Pasha ordinò che fossero condotti davanti a lui i superstiti della battaglia, quegli 800 uomini di Otranto strenui ed esausti difensori della città, sconfitti e affamati. Il Pasha li informò che avevano una sola possibilità: o convertirsi all’Islam o morire. Per convincerli ordinò ad un sacerdote che aveva abiurato la fede cristiana di convincerli. L’ex sacerdote invitò gli uomini di Otranto ad abbandonare la fede cristiana, respingere la Chiesa e diventare musulmani. In cambio, essi sarebbero stati onorati dal Pasha e avrebbero avuto molti vantaggi, tra cui la vita.

    Uno degli 800 uomini di Otranto, un sarto di nome Antonio Primaldo (altre fonti riportano invece Antonio Pezzulla), chiese di parlare. Si dichiarò pronto a morire per Cristo mille volte. Secondo il cronista Giovanni Michele Laggetto nella “Storia della guerra di Otranto del 1480” egli rispose a Pasha:

    «Io e i miei fratelli, fino ad oggi abbiamo combattuto per difendere il nostro paese, per salvare la nostra vita e per i nostri signori; Ora è il momento di combattere per salvare le nostre anime per il nostro Signore, perché Egli è morto sulla croce per noi, è bene che dobbiamo morire per lui».

    A questo punto quegli 800 uomini di Otranto gridarono con una sola voce che anche loro erano disposti a morire mille volte per Cristo. Ahmed Pasha, furioso, pronunciò la sua sentenza: morte.

    La mattina successiva, il 14 agosto, 800 prigionieri legati l’un l’altro con le corde uscirono dal campo di battaglia e salirono sul colle della Minerva. Le vittime ripeterono l’impegno di essere fedeli a Cristo e gli ottomani iniziarono a giustiziare. Il primo a cadere sotto la lama del boia fu il coraggioso sarto Antonio Primaldo (o Pezzulla). Il cronista Saverio de Marco nel Compendio “Historia degli 800 martiri otrantini” racconta che il cadavere senza testa di Primaldo si rialzò. Il corpo rimase in piedi per tutta la durata delle esecuzioni. Stupefatto da questo apparente miracolo, uno dei carnefici ottomani si convertì sul posto e fu immediatamente ucciso insieme agli otrantini. I corpi furono sepolti in una tomba comune. I turchi iniziarono la loro marcia attraverso la penisola in direzione di Roma. Otranto era in rovina, la sua popolazione era stata trucidata e tutto l’Italia era in stato di allarme.

    Papa Sisto IV più volte aveva avvertito del pericolo ottomano e più volte aveva propugnato una crociata contro i turchi, ma l’appello era rimasto inascoltato. Ora invece, con i turchi sul suolo italico, il tempo era di cruciale importanza per la sicurezza della penisola italiana e il re di Napoli, Ferdinando I, raccolse rapidamente le forze disponibili e spedì il figlio Alfonso, il duca di Calabria contro le truppe di Mehmet II. Quelle due settimane in cui il popolo di Otranto tenne in scacco i turchi aveva permesso di organizzare una risposta efficace all’invasione, dando il tempo alle forze napoletane di imbottigliare i turchi in Puglia piuttosto che combatterli in tutta l’Italia.

    Verso la fine di agosto, Ahmed Pasha spedì 70 navi della flotta ottomana per attaccare la città di Vieste. Le truppe turche distrussero la piccola chiesa di Santa Maria di Merino e all’inizio di settembre incendiarono il Monastero di San Nicola di Casole. La famosa biblioteca del monastero fu ridotta in cenere.

    In ottobre, il Pascia attaccò le città di Lecce, Taranto e Brindisi. A Otranto aveva lasciato una guarnigione di 800 fanti e 500 cavalieri. Ma ormai il tempo era contro i turchi. Ahmed aveva perso l’effetto sorpresa ed era alla ricerca costante di rifornimenti e cibo difficili da trovare in Puglia. Egli era anche consapevole dell’imminente arrivo delle forze napoletane. Per questo motivo decise di salpare dall’Italia prima che le tempeste invernali dell’Adriatico lo tagliassero completamente fuori da ogni comunicazione con Costantinopoli. A Otranto era rimasta la guarnigione. L’intento del Pasha era di tornare dopo l’inverno con un esercito ancora più grande.

    Il duca Alfonso guidò l’esercito in Puglia nella primavera del 1481. L’esercito era ingrossato da truppe ungheresi inviate dal Re d’Ungheria, un nemico di lunga data dei Turchi. Come gli abitanti di Otranto un anno prima, le truppe turche si ritirarono all’interno della città con le difese ricostruite. L’esercito liberatore strinse d’assedio la città il primo maggio 1481 e solo dopo due grandi assalti, ad agosto e a settembre, la città di Otranto fu riconquistata. Come fu per gli otrantini un anno prima anche gli ottomani furono passati per le armi e nessuno sopravvisse.

    Ma perché Mehmet non tornò in Puglia con il suo esercito? Il 3 maggio 1481 Mehmet II, a soli 49 anni morì all’improvviso, forse avvelenato da uomini del servizio segreto veneziano. Ogni desiderio di conquista e di soccorso per la città di Otranto sotto il controllo ottomano scomparve con lui anche perché i due eredi (Bayezid II e il fratello Cem) iniziarono una guerra intestina per la successione al trono. Della guerra interna anche Ahmed Pasha ne fece le spese, dato che aveva scelto la parte sbagliata e fu giustiziato il 18 novembre 1482 ad Adrianopoli da Bayezid II il vincitore della faida.


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