Melendugno, 103 pini centenari sacrificati per fare spazio al nulla

La motosega ha iniziato oggi a divorare un pezzo della nostra storia. Centotre alberi di pino, sentinelle centenarie che hanno visto generazioni di cittadini passeggiare all’ombra dei loro rami, innomarsi o litigare, marciano verso l’espianto/estirpazione.

103 pini abbattuti melendungoIl Comune di Melendugno ha diramato, il 5 giugno scorso, un comunicato dai toni rassicuranti, quasi consolatori: il Sindaco Maurizio Cisternino e il vicesindaco Mauro Russo, con una prosa che oscilla tra il rammarico per la perdita del “profumo dei pini” e la ferma determinazione di chi deve proteggere l’incolumità pubblica, hanno posto la parola “fine” su un intero ecosistema urbano.

Tuttavia, leggendo oltre le righe della nota ufficiale, emergono interrogativi inquietanti, zone d’ombra che non possono essere coperte dal semplice richiamo alla “sicurezza”. Siamo davvero di fronte a un atto di responsabilità, o si tratta della cronaca di una svendita maldestra mascherata da urgenza amministrativa?

Intanto il miraggio del “costo zero”. Il passaggio più controverso del comunicato è senza dubbio quello relativo ai costi: “Sarà a costo zero per le casse comunali, lo smaltimento degli stessi da parte di una ditta specializzata“.

A prima vista, sembra un affare. Un’operazione da oltre 40.000 euro per l’abbattimento, con lo smaltimento offerto “gratis” dalla ditta esecutrice. Ma proviamo a porci una domanda fondamentale: perché una ditta privata dovrebbe lavorare gratuitamente? La risposta è banale quanto scomoda: la ditta non sta regalando nulla. Sta accettando di eseguire un lavoro complesso in cambio del possesso di una materia prima di inestimabile valore: centotre pini centenari.

Il legno di pino, specialmente quello proveniente da alberi di grandi dimensioni, ha un valore di mercato significativo come biomassa, legna da ardere di alta qualità o, in alcuni casi, come semilavorato. Cedendo l’intera massa legnosa di 103 alberi, l’Amministrazione sta verosimilmente regalando alla ditta privata un tesoro che appartiene alla comunità. Il Comune ha effettuato una perizia sul valore del legname che sta cedendo? È stato indetto un bando pubblico che prevedesse il recupero economico di tale biomassa? O si è preferito liquidare l’intero patrimonio arboreo in cambio di un comodo “smaltimento gratuito”? Il dubbio che la cittadinanza stia perdendo un bene prezioso per agevolare il profitto di un privato è più che legittimo.

La sindrome della “sicurezza a ogni costo”

Il Sindaco cita, giustamente, l’incidente occorso all’avvocato Veronica Montefusco. È un episodio che ha scosso la comunità e nessuno mette in dubbio che la pubblica incolumità debba essere la priorità assoluta. Ma è lecito chiedere: è l’abbattimento totale l’unica soluzione possibile?

É come se cade un balcone e si decidesse di abbattere l’intero paese, balconi compresi.

Il comunicato parla di una perizia tecnica commissionata ai dottori agronomi Toma e Guerrieri. Ma dove sono i dati? Dove sono le schede di valutazione VTA (Visual Tree Assessment) di ogni singolo albero? Esiste una scala di propensione al cedimento per ciascuno dei 103 pini? La scienza botanica moderna offre strumenti di indagine strumentale – come la tomografia sonica o l’analisi di trazione – che permettono di verificare la stabilità interna di un albero senza ricorrere alla soluzione estrema.

Se un albero è pericoloso, va messo in sicurezza. Ma se 103 alberi vengono dichiarati “pericolosi” in blocco, il sospetto è che non si stia parlando di una valutazione botanica, ma di una scelta di comodo gestionale. Abbattere è facile, veloce e definitivo. Gestire, curare, potare e monitorare richiede competenza, tempo e un impegno economico costante. Il Comune ha preferito la scorciatoia. Ma a quale prezzo, in termini di identità urbana e benessere ambientale?

Il paradosso linguistico: “Espianto” vs “Abbattimento”

Il lessico usato nel comunicato tradisce un tentativo di edulcorare la realtà. Si usa il termine “espianto”, che evoca l’immagine di un albero che viene estratto con le sue radici per essere ricollocato altrove. La realtà, purtroppo, sarà ben diversa: le motoseghe ridurranno quei monumenti viventi in pezzi di legno da caricare sui camion e lasciare il nostro territorio diretti chissà dove.

Questa scelta terminologica non è casuale. Serve a rendere meno violento, meno brutale il messaggio rivolto alla popolazione. Ma le parole hanno un peso. Usare “espianto” per un abbattimento di massa è un insulto all’intelligenza di chi ha vissuto in simbiosi con quei pini per una vita intera. Se davvero si avesse avuto a cuore il destino di quegli alberi, si sarebbe potuto tentare la traslocazione degli esemplari più giovani o il consolidamento di quelli più antichi? La risposta, purtroppo, è scritta nel bilancio di spesa: 40.522 euro per far sparire tutto.

La perdita dell’isola di frescura

Passiamo al piano ecologico. Centotre alberi di pino non sono solo “decorazioni”. Sono giganti fotosintetici che, ogni anno, filtrano tonnellate di polveri sottili, abbassano la temperatura urbana tramite l’ombreggiamento e rilasciano ossigeno. Il comunicato promette che le aree “saranno nuovamente adornate con alberi e piante”.

Ma chi conosce i tempi della natura sa bene che un albero di un anno non compensa un albero di cento anni. Occorreranno decenni prima che il nuovo impianto possa fornire anche solo un decimo dei benefici ecosistemici che i pini abbattuti garantivano oggi. La Villa Comunale sarà trasformata in una piazza spoglia, una distesa di cemento e arbusti nani che, con le estati sempre più torride che ci attendono, diventerà un’isola di calore invivibile. Chi ha valutato l’impatto ambientale di questa “desertificazione” programmata?

Sapete quanto ossigeno producono 103 alberi all’anno? Tra le 10 e le 15 tonnellate di ossigeno. E sapete quanta CO2, (anidride carbonica) assorbono? circa 4 tonnellate di CO₂ assorbite ogni anno.

Ora fate il giochino inverso, dopo averli abbattuti indiscriminatamente, quanto ossigeno producono e CO2 assorbono 103 alberi abbattuti?

Quanto tempo ci vorrà perchè quel luogo torni produttivo con le nuove alberature di cui non si sa nè quando saranno reimpiantate e innaffiate e manutenute.

Oggi si chiude così il capitolo dei 103 pini: con un atto che unisce la fretta dell’abbattimento alla lentezza infinita di un’amministrazione paralizzata su ogni altra opera di reale valore. Dalla ferita di Roca al cantiere a cielo aperto della nostra Villa, il filo rosso è sempre lo stesso: una visione di Melendugno che svende il suo capitale naturale invece di curarlo. Se il parametro della buona amministrazione è diventata la capacità di eliminare problemi invece di gestirli, allora questa giunta sta battendo ogni record. Ma la memoria storica è l’unica cosa che non si può abbattere con una motosega, e il prossimo anno sarà la cittadinanza a presentare il conto finale. Perché una città si misura non solo da quanto cemento riesce a posare, ma da quanto verde, e quanto rispetto per il proprio passato, riesce a preservare.

L’immagine di copertina è creata con l’intelligenza artificiale (gemini in questo caso) ma tra qualche giorno la realtà supererà la finzione.

Francesco Cappello

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