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Stress da zona rossa? Scopri come tentarono di vivere 8 persone in una biosfera

Siate onesti con voi stessi. In questo ultimo anno avreste voluto trovarvi su un altro pianeta. Liberi dal Covid-19, dalle zone rosse e dal lockdown! E invece ci tocca affrontare un’altra ondata di restrizioni.Ma se fosse possibile cambiare pianeta chissà quali sarebbero le difficoltà, altro che lockdown! Tra il 1991 e il 1993 alcuni scienziati parteciparono ad un esperimento chiamato Biosfera 2. Una sorta di Springfield del 2007, quella raffigurata nel film dei Simpsons, la popolare serie animata creata da  Matt Groening. Alcuni scienziati, 4 uomini e 4 donne, furono chiusi in strutture di ricerca progettate per contenere un ecosistema chiuso, completo e autosufficiente. Il luogo della ricerca fu ambientato nel deserto dell’Arizona, negli Stati Uniti, al fine di studiare l’adattamento per una futura colonizzazione spaziale, cercando di ricreare molti aspetti della Terra stessa. Il complesso, delle cupole in acciaio e vetro, ricopriva una superficie di poco più di 11.700 m2. Requisito indispensabile era non avere nessun contatto con l’esterno.

All’interno furono insediate anche 3.800 specie di piante e animali con l’obiettivo di auto prodursi il cibo e respirare l’ossigeno fatto circolare all’interno. Il progetto aveva una durata di due anni, ma fin dall’inizio si incontrarono delle difficoltà.

Le coltivazioni erano troppo lente e laboriose. Il cibo all’interno della sfera non cresceva abbastanza velocemente per sostenere i residenti, e tutti cominciarono a perdere peso.   Due settimane dopo l’inizio missione, a uno degli occupanti, Jane Poynter, rimase bloccata la mano nella trebbiatrice. Ci rimise la punta di un dito. Il medico residente fu in grado di riattaccarle il pezzo reciso, ma per farlo dovette uscire dal complesso violando i protocolli. Ma non furono le sole violazioni. Si scoprì in seguito che quasi subito si era instaurato un mercato nero per far arrivare dall’esterno, e di nascosto, alcuni rifornimenti.  Non solo, nel giro di pochi mesi, furono costretti ad attingere a scorte di emergenza di cibo, di cui il mondo esterno era all’oscuro.

Oltre ai problemi agricoli la “nuova” civiltà dovette registrare la moria indiscriminata degli impollinatori: colibrì e api da miele. Non solo, ci fu anche un proliferare di scarafaggi mentre gli acari attaccarono i raccolti e gli otto scienziati continuavano a deperire sempre più.

Dopo dieci mesi di progetto, il comitato consultivo pubblicò un rapporto negativo sulla situazione analizzata e un rapporto negativo anche sui membri dell’esperimento coinvolti. Dopo la pubblicazione del report, il comitato consultivo si dimise.

Nel gennaio 1993 i livelli di ossigeno erano scesi a circa il 15% – era come vivere a 3660 metri di altezza e prima che il comitato, che sovrintendeva all’esperimento, decidesse di immettere ossigeno nel complesso, si verificarono alcuni episodi spiacevoli come lanciarsi oggetti l’uno contro l’altro o sputarsi addosso.

Gli 8 scienziati, poco prima della fine dell’esperimenti si erano divisi in coloro che volevano continuare a tutti i costi e coloro che volevano uscire a prendere una boccata d’aria. Vinsero i secondi che riuscirono a far chiudere il progetto 9 mesi prima della sua naturale scadenza. Il più grande risultato della missione fu essenzialmente quello di aspettarsi l’inaspettato.

Quando il team ispettivo entrò nella cupola di vetro scoprì che il suolo era infestato da batteri mangia-ossigeno. Era come se l’intero progetto fosse stato montato ad arte da una troupe teatrale hippie invece che da seri e stimati scienziati.

Quell’esperimento rimase un unicum anche se si è continuato ad analizzare il comportamento umano in isolamento e le reazioni sensibili climatiche osservate.

Per quanto riguarda cambiare pianeta dovremo aspettare almeno la fine della zona rossa.

Cristina de Luca

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