Cosa abbiamo imparato dalla pandemia: questione stampa

    Sin dall’inizio il Covid-19 ha ucciso una deontologia giornalistica agonizzante a cui tanti giornalisti dovrebbero richiamarsi e lasciarsi guidare e ispirare. E invece in nome del titolo ad effetto, del click, della condivisione a manetta come fosse una “pugnetta” il coronavirus ha ucciso il giornalismo e le sue regole. I giornalisti si sono lasciati ispirare dall’utente ignorante che vive su Facebook e di cazzate condivise a oltranza su whatsApp e altri canali. La paura ha preso il sopravvento e i lettori e gli spettatori televisivi sono stati terrorizzati con tutti i mezzi possibili. Gli untori sono stati prima identificati e poi segnalati al potere poliziesco. Ed ecco che è stato un continuo “dalli al ciclista, al tizio che porta a spasso il cane, al familiare che accompagna la moglie/figlia” una continua guerra per invogliare, e costringere, tutti a stare a casa perché così passa prima e il 4 aprile finisce tutto. Poi siamo passati al 18 aprile, poi tornati al 4 maggio perché qualcuno a casa non è rimasto, perché è stato sempre in giro e quindi è colpa dei runner, dei podisti, dei fumatori, è colpa di tutti coloro che non riescono o non vogliono stare a casa. E ora è tutto rinviato al primo giugno per colpa di qualcuno.

    Fin dall’inizio il giornalismo, quel quarto potere, quello che dovrebbe dare “tutte le notizie importanti con onestà” ha cavalcato l’onda della paura, l’ha spinta, l’ha perseguita, ha soffiato sul fuoco senza farsi nessun problema dimenticando che il giornalismo, quello vero, non è questo, ma è ricerca delle verità e non inchino e pubblicazione della voce unica. Quel quarto potere, “pronto a combattere per la tutela dei diritti dei cittadini e degli esseri umani”, in combutta con blogger, aspiranti comunicatori, ha dato il peggio di sé. Questi guru della comunicazione, non avendo mai frequentato un corso di deontologia giornalistica hanno perseguito gli stessi valori dei giornalisti iscritti all’ordine e le condivisioni e la caccia al click facile si è sprecata, cavalcando ovviamente il morbo della paura. Chi l’ha sparata più grossa ha vinto. A questo balletto della vergogna si sono sottratti poche e rarissime eccezioni, giornalisti o comunicatori che hanno agito secondo coscienza e non si son fatti sospingere dalla piena delle fake news. Ma ora, quasi due mesi dopo, una piccolissima parte di popolo, arrabbiata, da difensore a oltranza del governo e del suo operato ha aperto gli occhi, e, forse, guarda la realtà in modo diverso e ha capito che non è tutto oro ciò che luccica.

    Francesco Cappello


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